Un ringraziamento al colonnello Gheddafi per aver ispirato questo post.
In questi giorni immagino che tutti avrete visto le immagini di Gheddafi e Berlusconi per le vie di Roma, attorniati secondo il caso da guardie del corpo o belle ragazze, e in ogni caso da folla. Per qualche motivo, la visione della presenza di Gheddafi in quella che è fino a prova contraria casa nostra mi ha dato un profondo brivido di fastidio. Di più: di ribrezzo.
Ancora di più, ha agitato in me uno di quei pensieri sgradevoli che dovrei evitare di rendere pubblici.
Ma ora ho un blog.
L’incontro Berlusconi-Gheddafi mi è sembrato una specie di parodia di quello (già di suo grottesco) Mussolini-Hitler, quando il Fuhrer venne sull’italico suolo.
Non ho le conoscenze per approfondire il discorso oltre un certo limite, né mi va di tentare giochi mentali stiracchiati ed inutili: non voglio rubare il lavoro a Pansa.
Due dittatori si incontrano in Italia, le due persone che sono l’espressione di due Paesi dell’Europa estremamente differenti, ma animati dalla stessa brama di potenza, rivalsa, espansione e prestigio. Il dittatore padrone di casa non perde un’occasione per mostrare la gloria del suo popolo, in tutti i piani possibili, dal militare all’artistico, ma specialmente del suo regime, da cui il dittatore ospite – è risaputo – è affascinato e che persino vede come modello.
Un’ottantina di anni dopo, due leader si incontrano, a Roma. Due leader accusati delle più disparate nefandezze, su piani incrociati e diversissimi, accumunati da una concezione degradante nei confronti della donna, le cui azioni mostrano il loro profondo convincimento che soldi e un certo uso del potere possano comprare tutto.
Niente di paragonabile al precedente incontro… eppure, forse persino più degradante.
Ai tempi di Herr Hitler, il fascismo aveva qualcosa da presentare: certamente la maggior parte era fuffa di regime, ma al di là delle stronzate pure e semplici sulle otto milioni di baionette l’Italia di allora aveva una certa cultura da mostrare, aveva una cultura di cui – in quel periodo e in quel contesto – andare fiera.
Era la cultura della sopraffazione, dell’abbrutimento e della servitù al capo, ma era cultura che in quel periodo in Europa andava per la maggiore. Era una cultura che qualche frutto a forza di olio di ricino lo aveva portato – andate a vedere la stazione di Santa Maria Novella a Firenze, capirete di ciò che parlo.
In linea generale, si può forse dire che il fascismo, pur presentando una cultura dell’abbrutimento, dell’esaltazione della violenza, del consenso e della dittatura, aveva una cultura da presentare.
Mi sembra invece che in questo caso sia il leader ospite a presentare – ad imporre una cultura. La qualità di questa cultura non è secondo me troppo importante. Le polemiche che girano in questi giorni sulle provocazioni di Gheddafi mi sembrano piuttosto fuori luogo.
Il problema è diverso.
Il problema è che l’Italia, forse per la prima volta nella sua storia, accetta una cultura – quale che sia, e a mio parere la cultura che Gheddafi vuole imporre non è certo delle migliori – perché non ha una cultura propria.
Perché non ha niente da contrapporre come modello a questa cultura, da vent’anni (dalla Legge Mammì).
Il nostro Paese non ha più anticorpi, almeno sotto questo punto di vista.
Questo fatto è tremendo, ed è indice che dal punto di vista culturale il nostro paese ha lo stesso peso del Liechtenstein.
Non sparate, ci arrendiamo!Però il Liechtenstein non ha mai invitato Gheddafi a Vaduz.
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