L’uomo aveva notato da lontano gli enormi cubi di roccia spuntare dal deserto. Erano varie volte più alti di lui e neri come la cenere; l’aria ondeggiava attorno ad essi per il calore. L’uomo si stava avvicinando con cautela: non aveva mai visto niente di simile. Sbatté più volte contro il proprio fianco un panno, per pulirlo da sabbia e polvere, e lo aggiunse a quelli attorno alla sua testa, attento a non ricoprire gli occhiali.
Continuò ad avanzare ancora per qualche tempo, lasciando dietro di sé una lunga scia di orme nella polvere ferrigna. Ad un certo punto dovette fermarsi e bere. Poi, rimise la borraccia sotto le vesti e si riassettò le bende attorno al volto. Adesso era molto più vicino agli strani cubi di roccia, e poteva vedere chiaramente come l’aria tremolasse attorno ad essi, distorcendone la forma.


Gli ci volle ancora molto tempo prima di distinguere i bozzi irregolari, erosi dal tempo e dalla sabbia, che contornavano la superficie dei cubi; qualcosa in quelle forme lo infastidì. Rallentò il passo mano a mano che si avvicinava e che i dettagli dei cubi diventavano più chiari. Strani bozzi, grandi punte irregolari che uscivano dalla superficie, segni curiosi ed alieni, composti di strani angoli… li vedeva sempre più chiaramente.
Poi, cominciò a percepire il caldo che emanavano, ad ondate trasportate dal vento. Era parecchio più vicino adesso, probabilmente non gli mancavano più di qualche centinaio di passi.
L’uomo continuò a camminare, ma sempre più incerto. Aveva di nuovo sete, e poi quei strani segni e quelle forme non potevano essere di origine naturale. Una strana inquietudine lo spinse a rallentare ancora il passo, a fermarsi più spesso, a voltarsi indietro per vedere quanta strada gli rimanesse.
Arrivò ancora più vicino; non poteva essere a meno di un centinaio di passi dal cubo più vicino, ma esso sembrava torreggiare su di lui, con la sua mole enorme e nera. L’uomo distingueva chiaramente i bozzi, gli aculei protesi,le piccole punte contorte e piegate, buchi irregolari e graffi profondi. Si stropicciò le bende per asciugarsi il sudore. Rimase fermo per un po’ di tempo. Si chiese se non dovesse avanzare: tra cubo e cubo erano presenti delle piccole fessure come dei vicoli obliqui, davanti alle quali l’aria arroventata danzava. Spostò ancora lo sguardo sui cubi. Neri ed alieni.
Simboli strani ed inquietanti. Forme contorte, monche, sbagliate.
Poi, dai cubi giunse una folata di vento ardente che penetrò tre le vesti e scottò la pelle sottostante. L’uomo gemette e, piegandosi in due per esporsi al minimo, si girò e corse via più velocemente che poteva.
Seguì le sue stesse orme, e non si voltò neanche una volta: qualunque cosa fossero quei cubi, qualunque cosa contenessero… non aveva più voglia di saperlo.

Quanto può durare un libro? In condizioni ottimali, anche per centinaia di anni. Una pagina, mantenuta al sicuro dalla degradazione, anche più di un millennio. Ci sono casi in cui la carta – o materiali molto simili – si sono mantenuti per migliaia di anni. Altri medium, come la pietra o la terracotta, possono mantenere inalterati i messaggi per un tempo ancora maggiore.
Ma oltre?
Oltre le cose si fanno più complicate. Mantenere un messaggio inalterato per migliaia di anni, in maniera che sopravviva non soltanto alle eventuali catastrofi naturali, ma anche alle ben più frequenti catastrofi umane – invasioni, guerre, mutamenti profondi di cultura, perdita di informazioni – è una bella impresa. Specie se si vuole che il messaggio non soltanto resti inalterato nella forma – ovvero nel mezzo – ma soprattutto nel significato.
Il problema non è per niente campato in aria: da anni si stanno studiando sistemi per mantenere dei messaggi per così tanto tempo. Un messaggio, in particolare:
Scorie nucleari. Pericolo di morte. Non avvicinarsi.

Come marcare un sito di scorie che rimarrebbe pericoloso per diecimila anni, un periodo considerato “minimo” per il decadimento delle scorie? Le lingue attuali – o anche quelle passate – non sono certo sufficienti, ed anche il simbolo di pericolo radioattivo stesso non è per niente chiaro in ciò da cui vuole mettere in guardia. Il messaggio stesso non è affatto così semplice.
Bisogna inoltre che queste “tombe” non vengano mai aperte, che nessuno pensi possano portare benefici o vantaggi, che vi sia nascosto qualcosa di prezioso. Tutti concetti molto semplici, ma estremamente complicati da veicolare in maniera universale ed addirittura per diecimila anni.
L’unica soluzione sensata era trascendere il linguaggio stesso, ed affidarsi ai meccanismi di base della mente umana, oltre che ai ricordi ed alle reazioni ataviche, studiando le correlazioni tra certi tipi di ambienti, forme, figure ed una reazione di repulsione e pericolo.
Venne dunque formata una commissione per risolvere il problema, sempre più pressante per vari Paesi del mondo. Fu pensato a simboli, che sono molto più universali del linguaggio, ad immagini molto semplici, a narrazioni il cui senso poteva essere compreso anche dopo migliaia di anni.

Esempio di una narrazione basilare: tre uomini si avvicinano al sito e "prendono" qualcosa su di sé. Uno degli uomini si accascia, forse muore. Il sito dunque è pericoloso. Da notare come i puntini in fondo a destra scandiscano il senso della narrazione.

Tramite essi, dovevano venire veicolati quattro messaggi principali:
1) Questo è un sito; è stato creato da esseri umani.
2) Questo sito è antico ed è stato fatto con uno scopo.
3) Questo sito non contiene nulla di valore o sacro, anzi contiene qualcosa di pericoloso.
4) Questo contenuto è pericolo anche per voi. Andatevene.
Ma simboli, immagini e narrazioni non erano sufficienti, da soli: essi potevano essere travisati, oppure portare su di sé una carica troppo moderna e presente per essere davvero efficaci.

Con il tempo, si è giunti alla conclusione che semplici lingue e simboli non fossero sufficienti a veicolare il messaggio per migliaia di anni, non importa quanto bene fosse state pensate o realizzate.

Si è giunti allora ad una nuova idea: riformare il paesaggio, farlo divenire esso stesso il simbolo.
Attraverso alcune costruzioni estremamente semplici come concetto da essere universali, ma dalle forme o dimensioni sufficientemente artificiali da non far pensare ad un’opera naturale. E, soprattutto, tali da poter dimostrare che il luogo era pericoloso.
I Marcatori di Scorie Nucleari.

Progetto "Blackhole": una grande lastra di basalto, resa insopportabilmente calda dal calore accumulato del sole. Attraversata da spessi giunti e spaccature, come quelle di una terra inaridita aperta dal sole. Proibisce l'escavazione, la coltura e persino l'avvicinamento.

Immagine ravvicinata del progetto "Blackhole".

Progetto "Forbidding Blocks": enormi blocchi di pietra frammentata pressata insieme a dei sedimenti, 8 metri di lato, neri, irregolari, distorti. Grandi spine protese verso l'esterno. Stretti sentieri sembrano dipanarsi tra i blocchi, ma essi non conducono da nessuna parte. I blocchi si surriscaldano al calore del sole e spargono attorno ondate di calore. Niente può passare all'interno o uscire.

Progetto dettagliato dei Forbidding Blocks.

Progetto "Spikes": Enormi aculei eruttano da una griglia, irregolari, ad angoli diversi. Qualcosa che c'è sotto cerca di venire fuori e perforare, uccidere.

Immagine ravvicinata del progetto "Spikes".

Progetto "Landscape of Thorns": un paesaggio di spine alte tra i 5 ed i venti metri, che spuntano dal terreno pietroso, impedendo l'avanzamento e la visuale. Il senso di pericolo è palpabile, la minaccia continua. Con il tempo, le spine si sarebbero spezzate e sarebbero cadute a terra, creando una zona ancora più impraticabile e minacciosa.

Immagine ravvicinata del progetto "Landscape of Thorns".

Progetto "Menacing Artworks": strutture composte di terra pressata, alte 18 metri, tutte radianti dal centro del sito. Caotiche, guizzanti come lampi, tagliano la visuale dell'orizzonte. Dietro di loro, una enorme lastra di granito viene riscaldata dal sole; sopra di essa, incisa, una mappa del mondo con segnate le coordinate astronomiche degli altri siti.

Versione in prospettiva del progetto "Menacing Earthworks". Questo progetto fu alla fine considerato il migliore.

Alcuni membri della commissione suggerirono che i Marcatori dovessero invece avere un aspetto attraente, pur mantenendone la discordanza: la bellezza sarebbe stata conservata più facilmente della bruttezza. Ma il rischio fu, come si capì, che i Marcatori potessero venire considerati come delle opere d’arte, attraendo così eventuali curiosi, ricercatori, forse persino delle masse, ottenendo così l’effetto non soltanto di non allontanare la gente, ma forse persino di far costruire un museo, o qualunque cosa simile, attorno ai marcatori, magari andando così a scavare nelle falde acquifere…
Immaginando i Marcatori con finalità estetiche, inoltre, il loro senso si sarebbe presto perso: in capo a duemila anni (forse anche meno) nessuno avrebbe potuto dire che ci fosse una qualche correlazione tra i vari siti Marcati.
Specie considerando che gli stessi progetti dei Marcatori posseggono già un fascino maligno e pericoloso.
Ma il vero scopo è appunto, mandare un messaggio a chi lo leggerà in un futuro incredibilmente lontano. Se il Progetto Atlantropa era un tentativo di modificare la struttura di una vasta porzione di terra per garantire all’Europa un futuro migliore, i Marcatori sono il tentativo di modificare una piccola porzione di terra per spedire un messaggio al di là del tempo.
Niente di simile è mai stato progettato fino ad oggi, e c’è una sottile ironia nel fatto che le nostre opere più durevoli potrebbero non essere i grandi oggetti d’arte, o le grandi conquiste scientifiche ed ingegneristiche, ma il tentativo di costruire un cestino dei rifiuti. Tuttavia, i Marcatori possono anche essere un punto di partenza. Forse l’idea di base potrebbe venire riutilizzata per Marcare anche ciò che è degno di essere protetto: molte domande hanno trovato risposta nello studio dei progetti per i Marcatori.
Forse, in un futuro molto lontano, o (molto vicino), la civiltà umana verrà davvero ricordata principalmente per i propri rifiuti.
Oppure per la propria lungimiranza.

Per ulteriori notizie sui progetti sulle scorie nucleari, qui c’è il sito del progetto WIPP (Waste Isolation Pilot Plant).
Tutte le immagini sono state gentilmente prese con la forza da Michael Brill, “Site Design to Mark the Dangers of Nuclear Waste for 10,000 Years“, Buffalo: The Buffalo Organization for Social and Technological Innovation Inc. (BOSTI), 1991

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