Questo post è parte dell’articolo sulla Singolarità che ho promesso circa tre settimane fa. Sono venuto in possesso di un numero enorme di informazioni, decisamente troppo per una singola discussione, quindi ho deciso di spezzarlo in varie sezioni. Questa è la prima.

In una vasca piena di acqua e nutrienti, c’è un’alga che raddoppia la propria estensione ogni giorno. Se in dieci giorni giunge a ricoprire l’intera vasca, quanti giorni impiegherà per ricoprirne la metà?
Questo è un esempio di un classico indovinello, e può essere un buon modello dal quale partire per parlare di mutamento accelerante: ovvero di cambiamento la cui velocità aumenta in maniera esponenziale con il tempo.
Conoscete la figura dell’Ouroboros?

Il serpente che si morde la coda è da sempre simbolo di vita e di morte, di decadenza e rinnovamento; soprattutto, della concezione di un tempo circolare: gli eventi si ripetevano secondo una prosecuzione già definita. Non esisteva cambiamento, non esisteva progresso.

L'ouroboros in un codice di età medievale.

A questa concezione del tempo-circolare se ne sarebbe poi affiancata un’altra, giudaica e poi cristiana: quella del tempo lineare, con un inizio (la creazione) e la fine (giudizio universale). L’idea introdusse il concetto di non-ripetizione degli eventi: ogni momento era unico.
Tuttavia, la concezione era ancora quella di una mancanza di mutamento nelle condizioni dell’uomo (al massimo era presente l’idea di una caduta da uno stato di grazia), principalmente perché esso procedeva con una velocità troppo bassa per poter essere percepito da una generazione sola: ad esempio, dal 100 al 400 d.C la paga di un legionario Romano era rimasta immutata (cosa per noi impensabile).
Per millenni, dunque, l’idea del mutamento in positivo non si era neanche affacciata.
Le cose cominciarono a cambiare con l’avvento dell’Umanesimo e del Rinascimento, che portarono l’uomo a riflettere maggiormente sul proprio destino, e quindi a riflettere su dove potesse arrivare… al di là della religione. Il grande cambiamento si ebbe tra il Settecento e l’Ottocento, con l’illuminismo, la Rivoluzione Francese e la Rivoluzione Industriale.
Il mondo iniziò ad accelerare, con una rapidità sempre crescente: non avveniva più nell’ambito di una sola innovazione in un unico campo, ma tutta la macchina statale, e con il tempo tutto il pianeta, entrò in questo vortice di accelerazione.

La Rivoluzione Industriale sancì il mutamento dal vecchio mondo al nuovo, e chiunque non poté mettersi in marcia al nuovo ritmo, venne lasciato indietro.

In pochi decenni la competizione tra le nazioni, le nuove concezioni scientifiche come la teoria dell’evoluzione e la scoperta dell’antichità della terra, l’innovazione tecnologica portarono a radicare l’idea nella popolazione del “mondo civilizzato” dell’estensione del tempo. La fretta, sensazione prima di allora assai rara, divenne parte del patrimonio emotivo comune: la paura di essere lasciati indietro cominciò ad attanagliare uomini e nazioni.
In breve, in poco più di un secolo apparvero sulla scena i concetti di progresso, di arretrato e di avanzato.
Se si osserva la storia umana, dunque, la concezione di un mutamento continuo, tendente verso un punto più avanzato, in senso migliorativo, è assai recente. Al massimo, due secoli e mezzo, davvero molto poco se confrontato con il periodo dell’ “evoluzione culturale” (dalla nascita dell’agricoltura, circa 10-12.000 anni); questa lentezza di sviluppo appare subito evidente se la si mette a confronto con l’evoluzione tecnologica.
Infatti, in maniera quasi indifferente a guerre, mutamento sociali e civili, l’evoluzione tecnologica dell’uomo ha proceduto stabilmente, e negli ultimi quattro secoli, grazie anche al metodo scientifico, ha accelerato in maniera esponenziale.

Progresso umano e progresso tecnologico non procedono insieme, ed il secondo è assai più rapido del primo.

Questo sviluppo vertiginoso, guidato principalmente dalla Rivoluzione Industriale, è probabilmente la causaprima della concezione di “progresso stabile” comune in tutto l’Occidente ed in buona parte dell’Oriente.

A cosa avrebbe portato una simile velocità?
Se il progresso tecnologico stava avanzando, esso si stava comunque dirigendo verso qualcosa. Dal settecento ma soprattutto dall’ottocento molti filosofi iniziarono a porsi questa domanda; uno dei pionieri fu William Godwin, uno dei padri dell’anarchia, che predisse una liberazione totale dell’uomo dai vincoli della materia. Ma l’uomo che per primo riuscì a concepire la forma di questa liberazione fu Enry Adams, uno storico che intorno al 1890 cominciò a riflettere sulle conseguenze ultime dell’evoluzione tecnologica che vedeva attorno a sé.
Nel 1904, le conclusioni di Adams apparvero in una pubblicazione dal titolo “A Law of Acceleration”, nel quale teorizzava l’esistenza di

“A law of acceleration, definite and constant as any law of mechanics, [which] cannot be supposed to relax its energy to suit the convenience of man.”

Una forza che faceva procedere non solo l’uomo, ma l’universo tutto verso un punto focale, un “phase change“. Questa legge dell’accelerazione procedeva secondo una regola dell’inverso del quadrato (come la gravità). In un successivo saggio del 1909, divise la storia in quattro fasi, ciascuna delle quali aveva una durata circa pari alla radice quadrata dell’altra (ad esempio, la prima fase aveva una durata di 10.000 anni, la seconda di 300 e così via); il limite delle possibilità di questa accelerazione avrebbe portato ad uno stato del tutto nuovo, dalle conseguenze inimmaginabili.

Un grafico esplicativo della Legge dell'Accelerazione di Adams.

Adams pose questo punto focale in un punto tra il 1921 ed il 2025 (la zona tra la barra verde e quella viola).

Per quanto ben strutturate, le idee di Adams non ebbero in quel periodo un seguito molto nutrito. Soltanto negli anni seguenti esse avrebbero avuto un crescente successo di critica, oltre ad una continua elaborazione.
I primi, forse, ad accorgersi della portata delle idee di Adams (o, più probabilmente, a giungere alle stesse conclusioni) furono gli scrittori di fantascienza americani, che con alcuni racconti (The Last Evolution di Campbell, The Last Question di Asimov, ed il ciclo della Storia Futura di Heinlein) posero le basi di una germinazione nella cultura comune del concetto di evoluzione tecnologica portato alle estreme conseguenze (in particolare quello dell’intelligenza artificiale).
Ma più di loro poté Turing.

Alan Turing, professione demiurgo.

Tra il 1936 ed il 1938, assieme ad altri scienziati, pose le basi per il linguaggio computazionale, la cui portata fu dapprima utilizzata solamente come linguaggio criptato per le trasmissioni segrete durante la seconda guerra Mondiale.

Le prime applicazioni delle teorie di Turing non furono esattamente brillanti.

Ma in seguito, con la costruzione dei primi computer, esso cominciò la lenta esplosione che lo avrebbe portato a cambiare il volto del pianeta e della storia umana. Anche per questo, negli anni seguenti (’40-’50), l’idea del “cambiamento di fase” di Adams cominciò a farsi strada nell’intellighenzia mondiale (soprattutto statunitense). La corsa allo spazio, poi, portò ad aumentare ulteriormente la ricerca di nuove tecnologie (transistor, circuiti integrati sempre più potenti); negli anni ’70, nuovi scrittori (Carl Sagan, Alvin Toffler, F.M. Esfandiary) portarono alla ribalta del grande pubblico i temi dell’accelerazione progressiva, del punto focale della storia, delle macchine pensanti e del transumanesimo. Tra tutti, uno spiccò in particolare: Hans Moravec, che in una serie di saggi largamente pubblicizzati e discussi, prima in ambito accademico, poi generale, considerava le implicazioni dell’avvento di macchine intelligenti.
Anche un altro argomento stava entrando nel girone: quello della commistione di intelligenza umana biologica ed intelligenza artificiale non biologica.
Gli anni ottanta furono un punto di svolta, in cui la comprensione delle dinamiche computazionali esplose, e così l’estensione dell’informatica alla vita lavorativa (database, eliminazione del cartaceo per l’elettronico) e quotidiana (primi pc).
Nel gennaio 1983, uno scrittore di fantascienza e matematico di nome Vernor Vinge pubblicò un articolo nel quale teorizzava l’arrivo del famoso punto di svolta, del cambiamento epocale, del mutamento di fase, dandogli il nome con il quale sarebbe stato conosciuto da allora in avanti:
Singolarità Tecnologica.

Da allora, gli interventi sulla singolarità si sprecarono: chiunque nutrisse qualche nozione di informatica o di tecnologia poteva intuire il concetto; inoltre, essi spostarono l’interesse dal cosa fosse la Singolarità al se, come e quando essa avvenisse o meno.
Ma l’innovazione ultima sarebbe dovuta ancora arrivare, qualcosa che nessuno aveva fino ad allora previsto.
Internet.
La creazione di una rete di dati a protocollo unificato era proceduta a balzi sin dagli anni ’60, partendo da un progetto militare per nascere effettivamente nei laboratori del CERN di Ginevra, e soltanto a metà degli anni ’90 essa avrebbe generato la rivoluzione informatica che stiamo, tutt’ora, vivendo.

Internet può riservare sorprese.

Il ruolo di internet nella Singolarità è un altro capitolo, tuttavia.
Fino ad adesso, abbiamo visto come il concetto di Singolarità sia provenuto dall’accelerazione allo sviluppo umano scatenato dalla Rivoluzione Industriale, in primis, e portato avanti da uno sviluppo tecnologico infinitamente più veloce di quello politico, sociale od economico. Tale sviluppo è stato recepito da scienziati, filosofi, scrittori e storici, che ne hanno estrapolato le estreme conseguenze in una trascendenza dei mezzi puramente umani, dalle conseguenze solo in parte immaginabili.

Proprio su queste conseguenze verterà la seconda parte di questo articolo.

Per ulteriori informazioni, potete visitare questo sito (in inglese), che contiene molte informazioni ed idee interessanti sull’accelerazione progressiva e sulla Singolarità.

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