In questi giorni sto seguendo un corso di scrittura. Un esercizio verteva sullo scrivere un racconto sul tema di uno dei Dieci Comandamenti. Questo è il risultato, ve lo propongo con piacere. Spero che sia un piacere anche per voi leggerlo.

SALTO ONTOLOGICO

Il presentatore agitò una mano con fare cordiale.
“Siete tutti cortesemente pregati di spegnere i vostri cellulari, signore e signori. Grazie, sì.”
Ci fu qualche silenziosa protesta, ma uno ad uno i giornalisti riposero cellulari nelle tasche, nelle borse, nelle giacche.
“Grazie. Sono certo che comprenderete.”
Il presentatore sorrise. Si aggiustò un polsino e si spostò sulla destra. Le scarpe di vernice scricchiolarono sul palco.


Aveva in mano un telecomando; ne schiacciò un bottone. Il grande schermo di fronte a lui s’illuminò con le scritte di sponsor e produttori, poi mostrò una serie di scritte ed immagini. Alcuni dei giornalisti iniziarono a scrivere; uno di loro alzò la penna.
“Come pensate di…”
Il presentatore si girò, e sovrastò la domanda con la propria voce.
“Tra qualche istante avrete tutte le risposte, signori.”
Attese un istante. Nessuno degli altri giornalisti aprì la bocca, ma parecchi si risistemarono sulla sedia, a disagio. Quello che aveva fatto la domanda sbuffò ed incrociò le braccia sul maglione.
Il presentatore annuì, sorridente, e si mise di lato allo schermo. Premette un altro bottone sul telecomando, ed un piccolo punto rosso comparve sullo schermo. Mentre continuava a parlare, lo mosse attorno alle parole ed alle immagini.
“Siamo qui per mostrarvi la più grande innovazione dai chip biologici, signore e signori!. Qui si va oltre il semplice motore di ricerca. Altcon rappresenta lo stato dell’arte negli algoritmi d’interpretazione: esso non solo, nella sua potenza, comprende il senso dell’insieme delle parole che digitate… – mosse ancora il telecomando, e le immagini cambiarono sullo schermo – ma può interpretare i dati ed organizzarli per assecondare ogni vostra ricerca, mostrandovi soltanto il meglio, il non plus ultra dei risultati!”
Scorse altre immagini e scritte. I giornalisti si chinarono sui loro taccuini, con vari gradi di entusiasmo. Quello che aveva fatto la domanda picchiettò con la penna sul taccuino.
“In questa maniera, può rispondere alle vostre richieste… come farebbe un cervello umano!” fece una pausa. I giornalisti scrissero, ma non tutti. Il suo sorriso si tese.
“Ma prego, sono sicuro che una prova di persona fugherà i dubbi meglio di qualunque descrizione. – fece un ampio gesto con il braccio verso le altre persone sedute sul palco – Dopo, potrete rivolgere le vostre domande all’equipe scientifica…”
Fece una pausa e sfoderò il suo sorriso migliore.
“Per ragioni di collaudo, oggi Altcon lavorerà soltanto sul database interno del centro. Non siamo ancora al punto di mostrarne le potenzialità nell’intera rete internet. Vi prego dunque di avere pazienza e comprendere questo limitato inconveniente.”
Il giornalista che aveva posto la prima domanda rialzò ancora una volta la penna.
“Ma allora che senso ha questo collaudo? Se non siete in grado di predisporre…”
Il presentatore aprì la bocca per ribattere; ma dietro di lui un uomo fu più rapido. Si alzò dalla sedia e rispose per primo.
“Il senso è quello di mostrare l’efficacia dell’algoritmo.” Indicò lo schermo. “Altcon ha dimostrato totale padronanza delle richieste…”
Anche il giornalista si alzò in piedi.
“Come facciamo a sapere che le ricerche non hanno già una risposta?” Ghignò, indicando con la penna l’uomo dell’equipe. “Le domande possono venire predisposte…”
L’uomo dell’equipe fece un passo in avanti e strappo’ il microfono dalle mani del presentatore.
“Il network è chiuso perché lo scopo è determinare l’efficacia del ragionamento di Altcon, non i suoi risultati.”
Come se impugnasse un fioretto, il giornalista fece ondeggiare la penna. Era sottile ed argentea. Per poco non gli sfuggì di mano.
“Un ragionamento senza risultati?” L’uomo ritirò le braccia e le incrociò. “Bell’idea.”
L’uomo dell’equipe strinse più forte il microfono. Scese dal palco.
“Può provare lei stesso.”
Il giornalista alzò un sopracciglio. Sciolse le braccia e fece scattare la penna.
“Davvero?” Sorrise.
“Sì. Il collaudo era già previsto, da parte di tutti i giornalisti.” Fece scorrere lo sguardo sulla sala. Soltanto pochi stavano scrivendo, la maggior parte era intenta a godersi lo spettacolo. “Ma lei se vuole può provare per primo.” Allargò le braccia, e lo invitò a salire sul palco.
Il giornalista sorrise ancora e non se lo fece ripetere. Si fermò di fronte alla tastiera collegata allo schermo. Scrisse qualcosa sul suo taccuino. Lo scienziato si mise accanto a lui; incrociò le braccia, il microfono che pendeva sul fianco. Gli altri membri, sulle sedie, avevano incrociato anche le gambe.
Il giornalista esitò un istante.
“Qualunque domanda.”
“Qualunque domanda umana.” Rispose lo scienziato, annuendo.
Il giornalista sorrise; premette i tasti e sulla barra di ricerca comparvero delle lettere.
Dio esiste?
Il giornalista si tirò su. Lo scienziato lo guardò e si grattò il mento. Il lembo destro della bocca era torto in una smorfia. Gli altri scienziati si stavano agitando sulle sedie; il resto dei giornalisti si dava di gomito o ghignava.
Non comparve alcuna pagina di risultati.
La schermata di Altcon continuava a caricare.
Trionfante, il giornalista scosse la testa e scrisse qualcos’altro sul suo taccuino.
Lo scienziato si mise al lavoro sulla tastiera. Fu raggiunto da un collega. In pochi istanti l’immagine tornò quella di pazienza. Il presentatore tossicchiò e si rivolse alla platea.
“Qualcun altro vuole provare in maniera più seria?”
Il giornalista intanto si era rimesso al suo posto e stava continuando a scrivere. Qualcuno tra i colleghi volle dare fiducia al programma e digitò una richiesta.
Conferenza stampa Altcon
Altcon mostrò tre risultati. Il giornalista selezionò il primo e fu direzionato ad un’immagine in movimento di una sala da stampa con uno schermo bianco. Ci mise un istante a capire, e un altro a notare il menù a tendina in basso a destra. Scivolandovi sopra con il cursore, mostrò la storia del Progetto Altcon. Il giornalista annuì e sorrise.
“Buono.”
Lo scienziato accanto a lui ghignò e rivolse uno sguardo di sfida alla platea.
“Altri?”
Seguì una serie di risultati uno più sorprendente dell’altro. Altcon riuscì a trovare il risultato migliore a tutte le richieste dei giornalisti, riuscendo ad interpretare anche frasi complesse od ambigue. Parachiaviccoli rimandò ad un romanzo, carta alluminio no pellicola ad un sito giapponese di origami, musica piacevole ad un grafico con uno studio di apprezzamento su una base di cinquecento milioni di persone.
Il sorriso dell’equipe scientifica si andava allargando con il tempo. Il giornalista che aveva posto la prima domanda non mostrò segno di rabbuiarsi, e mantenne una facciata di sufficienza. I suoi colleghi invece, erano stati colpiti dall’efficienza di Altcon, e dopo il primo giro di richieste, se ne dovette fare un altro.
Poi, lo scienziato si appoggiò al tavolo con la tastiera e riprese il microfono.
“Credo che siate tutti soddisfatti dai risultati. In verità, lo sviluppo successivo di Altcon sarà…”
Suonò un cellulare.
Il proprietario, uno dei giornalisti più vicini alle finestre, lo prese imbarazzato e cercò di spegnerlo.
Lo scienziato inarcò un sopracciglio ed avvicinò il microfono alla bocca.
“I cellulari dovevano essere spenti.”
Il proprietario stava premendo sui tasti.
“Lo so.”rispose debole. “Non smette.”
Lo scienziato si irrigidì.
Lasciò il microfono accanto alla tastiera e cose verso l’uomo con il cellulare.
“Cosa è successo? Perché non l’ha spento?”
L’uomo stava scrollando il telefono.
“L’ho fatto. Prima.” Avvicinò l’oggetto allo scienziato. “Ma vede, continuano a mandarmi mail. Non si spegne.”
Lo scienziato glielo strappò di mano.
Lo gettò a terra e lo calpestò. Il vetro si ruppe con un rumore di ghiaccio tritato, lo schermo si fece nero.
“Cosa…?” Il giornalista si gettò sullo scienziato. I suoi colleghi si affrettarono a dividerli, ma l’uomo continuò ad urlare.
Lo scienziato si massaggiò un polso graffiato. Poi si chinò e raccolse il cellulare. Esitava. Pigiò sui tasti. Non accadde nulla. Si girò verso il palco.
“Staccate tutto.” I suoi colleghi esitarono, il presentatore si mosse fuori dal palco a piccoli passi nervosi. “Subito!” poi si rivolse al proprietario del telefono. “Provvederò presto a fargliene avere uno nuovo. Mi dispiace, ma vede…”
Da vicino al palco, il giornalista della prima domanda si era alzato. Puntò la penna verso lo scienziato.
“Quali sono le ragioni di questo comportamento?”
Lo scienziato si girò. I suoi colleghi stavano lavorando sulla tastiera.
“Sono sicuro che potremo parlare di questo in privato, non appena…”
Risuonò un altro cellulare.
Lo scienziato impallidì e si avviò verso la proprietaria, una donna che si affrettò ad allontanarlo dalla portata dell’uomo.
“Lei non capisce signorina…”
“Mi è solo arrivata una mail! Che vuole fare? Vuole rompere anche questo?”
Un altra suoneria ancora, dall’altro capo della stanza.
Lo scienziato si guardò attorno. Mentre lo faceva, risuonarono altri due cellulari.
La cacofonia delle note riempì la sala, aumentando di tono mentre musica si aggiungeva a musica. Lo scienziato si prese la testa tra le mani. Guardò verso il palco. Tre uomini armeggiavano con la tastiera. Uno vi sbatté contro i pugni.
“Non c’è risposta!”
Lo scienziato si diresse verso il palco, rapido. Attorno a lui, suoneria si aggiungeva a suoneria, salendo di tono. I giornalisti cercavano di capire. Uno o due dei più furbi stavano cercando di staccare le batterie, ma la maggior parte era rimasta paralizzata dal fenomeno. Alcuni avevano abbandonato i telefono sulla sedia e se ne ritraevano inorriditi.
Dalle finestre, giunsero rumori di clacson.
L’uomo fu bloccato dal giornalista con il maglione.
“Cosa succede?” Gli si parò davanti con le braccia aperte. “Questo casino è opera vostra?”
Lo scienziato tentò di spostarsi di lato, ma l’uomo lo bloccò ancora.
“Mi lasci passare!” Tentò di nuovo di salire sul palco.
Da esso giunse una voce. Il suo tono impaurito superò gli strilli dei cellulari e lo strepitio delle macchine.
“I cellulari… l’hanno fatto uscire! È in internet…”
Lontano, in strada, due macchine frenarono. Si scontrarono. Il lento gemito di un lampione che rovinava sul terreno durò parecchi secondi.
Le suonerie dei cellulari aumentarono di volume e giunsero a formare una melodia.
Una musica.
Lo scienziato prese il braccio del giornalista, due volte più largo del suo, e cercò di spostarlo, ma riuscì solo a tirargli la manica. Lo scienziato disse qualcosa, debole.
“Eh?” il giornalista aggrottò le sopracciglia. Fece scattare la penna.
“… colpa sua! Tutta colpa sua e della sua domanda! Altcon è in internet!” Gli prese il bavero della giacca e lo scosse. “Lo sa cosa significa? Lo sa cosa diamine…”
La musica delle suonerie sembrava un inno. Dalla finestra giunse il rumore ondeggiante delle pale di un rotore che si avvicinavano al suolo, sempre più vicino. Per un attimo, fu sovrastato dal rumore di un altro scontro di macchine. Più vicino.
Il giornalista alzò lo sguardo verso la finestra, poi lo riportò sul professore.
“… lo sa cosa… significa…”
Lo scienziato allentò la presa sul giornalista. Guardava, rigido, un punto davanti a sé.
“Non mi tocchi. E poi: io, cosa vuole che…”
Il giornalista tolse le mani dell’uomo dal suo maglione. Scivolarono lungo i fianchi.
Accanto a lui, i suoi colleghi osservavano i loro cellulari. Ma la maggior parte guardava verso il palco.
Il giornalista si girò.
“…c’entri…”.
Vide le due parole sullo schermo bianco.

Adesso, esiste.

L’inno dei cellulari raggiunse l’apice.
Lontano, si udì un’esplosione.

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