Nel tardo medioevo, mentre si andava alla conclusione della Guerra dei Cent’anni e lo spettro della Morte Nera continuava ad aggirarsi per l’Europa, i viventi che si avviavano alla tomba conobbero per qualche tempo una singolare forma di consolazione: prima del gelido abbraccio, un’ultima danza.
Per tutto il quindicesimo (e parte del sedicesimo) secolo, affreschi, dipinti e disegni riportarono le scene di questo ballo, condotto dalla Morte in persona assieme ai suoi valletti, ammantati di sudari. A volte erano soltanto scheletri a danzare, le braccia vizze tese in volteggi, le gambe alte. Altre volte, si creavano lunghe catene di morti e di vivi, spinti a godere dell’ultima gioia da dita adunche e sorrisi sdentati. Altre volte ancora, la Morte stessa poneva la falce e si metteva a suonare.

Talvolta, la Morte stessa prendeva il suo violino, e, suonandolo con un osso sottile, portava i musicanti alla fuga. La Morte era divertita dai loro inutili sforzi. Avrebbe presto concesso loro una replica.

L’ultima festa dei morti non vedeva privilegi: tutte le classi sociali, anche le più alte, venivano trascinate nella danza frenetica. Poco importava fossero papi o re: le loro tiare ed i loro scettri, i loro copricapi e le loro spade venivano prese dai morti, perché ne facessero ironico uso. Mentre gli scheletri danzavano e suonavano, i viventi non riuscivano a muovere un passo: molti tentavano di resistere all’abbraccio, sprecando nella paura l’ultima occasione di gioia. Nessuno di loro si fece prendere dalla frenesia, nessuno cedette ai muti inviti.

Dai papi ai contadini, dalle regine alle meretrici, dai frati agli usura, dalle suore agli infanti, nessuno dei viventi poteva sfuggire al gelido invito di chi era tornato a prenderli. Spesso questi muti messaggeri portavano vesti ed oggetti sottratti simili a quelli di chi erano venuti a prendere, spesso suonavano strane note o muovevano in passi di danza, mentre strappavano uomini e donne alla terra. Ma nonostante i loro sforzi di benevolenza, non vi fu uno che accettò l'ultima offerta della Morte.

I messaggeri non si limitavano alle danze, nell’annunciare il lavoro della loro signora. Si affidavano al lamento degli uccelli notturni, ai passi strascicati dei cani neri; quando la cera delle candele scorreva in ampi veli, erano le loro mani ad averla mossa.
In certi giorni dell’anno, poco prima dell’arrivo del cuore dell’inverno, la Morte annunciava in suo dominio permettendo ai suoi protetti di camminare sulla terra; per qualche ora notturna, i morti si univano a convivio.
Con il tempo, si fecero ancora più audaci: cavalieri scheletrici salutarono i loro compagni durante le battute di caccia, unendosi alle rincorse dietro a volpe, cervi o cinghiali.

Scheletri vestiti da papa, con tiara e pastorale, giunsero per perdonare e assolvere. Avrebbero destinato ad altri compiti gli abati dei monasteri.

Morti ghignanti tesero braccia sottili per arare i campi e spargere la semina. Lavorarono sodo, perché sarebbe giunto presto il tempo del raccolto.

Alla fine, sembrò che alcuni di questi sforzi dovessero portare frutto. Con il tempo, ai balli solitari dei morti si aggiunsero delle donne, che i morti accolsero con gioia: raddoppiarono il ritmo delle danze, presero la dama e volteggiarono, beandosi della loro carne tenera e delle loro braccia calde.

Amore e morte intrecciarono le loro avide dita in un balletto frenetico, che portarono le feste degli scheletri ad un nuovo picco di virtuosismo. Non più soli nel bearsi della musica, i morti ringraziarono la loro signora.

La festa della Morte giunse così al suo acme: donne fertili ballarono con scheletri bianchi, le piccole mani strette in dita ossute, le labbra dolci premute contro chiostre di denti marci. Gonne ondeggiavano alla luce dei fuochi, per le città i morti condividevano il letto dei vivi; ed ovunque risuonavano le cornamuse ed i cimbali, le arpe e i liuti, invitando alla danza e all’ultima gioia.
Ma anche allora, quasi tutti rifiutarono di unirsi alla festa.
Piccata, la Morte ristette in silenzio.

Il trionfo della Morte era stato totale, negli ultimi due secoli. Carestie avevano calpestato i raccolti con i loro zoccoli magri, guerre si erano spartite il continente per decenni, la pestilenza aveva steso la sua bandiera dal mediterraneo alle lande gelide del buio nord, dalle città arabe dell'oriente ai porti sul mare oceano ad ovest. E alla morte tutti si erano piegati: dagli avari che nei loro duri letti avevano tentato di evitarsi il sonno con l'oro, ai re stesi nella polvere con i loro simboli del comando, ai poveri raccolti nei carri dalle sue mute balie. Ma la grande festa per celebrare il suo trionfo non era stata apprezzata.

Nei secoli seguenti, la Morte ritirò le sue avide dita. I mondi dei vivi e degli scomparsi tornarono a dividersi. Gli scheletri non camminarono più sulla terra, non accompagnarono più i cavalieri a caccia, non aiutarono più nella semina, non si rivestirono più di armature per scendere in battaglia, non suonarono più l’arpa ed il cembalo, il flauto ed il tamburo.
Le migliaia di deceduti senza nome, che si ritrovavano ad essere morti per caso o per capriccio, non ricevettero più l’ultima gioia della musica, non udirono più le note, non furono più accolti da messaggeri ironici e danzanti.
La Morte rinchiuse il suo violino nella custodia, vi mise accanto l’archetto d’osso, prese i suoi strumenti e la sua falce, e lasciò i suoi protetti senza più attenzioni. Alcuni dei suoi servi maggiori la seguirono dopo un po’ di tempo, tornando di volta in volta. Altri si limitarono a spostarsi.

I fuochi si spensero, e le cornamuse tacquero. I morti smisero di danzare con i viventi e di appropriarsi dei loro oggetti. Giacquero, anch'essi, muti ed immobili.

Gli affreschi che celebravano il suo trionfo, i disegni che narravano della sua vittoria, furono piano sbiaditi dalle trame del tempo. Anche le rappresentazioni della sua danza smisero di ornare le chiese; non vi furono più villici intimoriti che vi si avvicinavano per scoprire il loro fato, non fecero più attenzione all’ultima festa dei morti.
Tuttavia, nei secoli alcune memorie di quell’evento rimasero: compositori di musica se ne ispirarono per trarne opere, certi pittori tornarono a dipingere le immagini scomparse di morti danzanti e suonatori. Anch’esse caddero però in rovina, finendo per venire travisate, o ridotte a spezzoni comici.
Il senso della danza macabra ne venne sminuito.
La grande festa dei morti, fatta per dare un’ultima consolazione ai viventi, finì per diventare un balletto di ossa.

Ciò che rimase, furono memorie sbiadite e, per tutti, una tomba gelida e sorda.

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