Sto seguendo un simpatico corso di scrittura creativa (ho proposto il primo racconto qui), e a volte viene fuori qualcosa di veramente buono. Come questo racconto, che ho scritto di getto qualche giorno fa e che sono felice di condividere con voi.
Buona lettura.

L’IMBATTIBILE

Il vecchio stese le dita della mano sul bordo della sedia. L’afferrò bene, poi la ruotò verso di sé, facendola grattare sul cemento. Spostatala, vi si mise davanti e la riportò dritta. Tirò due volte, perché la prima un piede della sedia aveva inciampato in una scanalatura, e lo schienale era ondeggiato in avanti. Il vecchio giacque su di essa per un istante. Sul suo volto balenò un sorriso. Si aggiustò gli occhiali sulla punta del naso, si tolse la giacca, facendo attenzione che le maniche ed i bordi non strusciassero a terra, mise il cappello sul tavolo, e fece scattare il fermo della scacchiera.


L’aprì piano; con la destra spostò il coperchio indietro, rivelando trentadue pezzi, tutti bene inseriti nelle loro custodie di feltro. Fece ricadere il coperchio sul tavolo, piano; prese ciascun pezzo con la mano destra. Posò, in piedi, i bianchi a sinistra ed i neri a destra. Il primo fu il Re, poi la Regina, le Torri, gli Alfieri, i Cavalli e i Pedoni. Ripose il panno al suo posto e richiuse la scacchiera, piano come l’aveva aperta. Armeggiò qualche istante con la chiusura del lucchetto e la richiuse.
Iniziò a sistemare i pezzi sul piano. Prese per sé i bianchi, perché quella volta toccava lui. Impiegò qualche istante a farlo, e dovette poi spostare la Regina sulla casella giusta, perché l’aveva rimessa sul nero anziché sul bianco. Il suo avversario frattanto aveva disposto anche lui i pezzi, ed il vecchio gli gettò uno sguardo, ma l’altro rimase impassibile. Allora sorrise ancora, ed annuì.
Poi si mise a pensare. Toccò con il dito il cavallo, tanto per compiere una finta, e poi mosse il Pedone davanti al Re di una casella in avanti. Mise le mani sul tavolo ed attese.
Il suo avversario aspettò un po’ prima di fare la sua mossa, le dita della sinistra che si muovevano lente sul piano a quadri, ondeggiando ora verso un pedone, ora verso un cavallo. Toccò il cavallo sulla destra e lo spostò in avanti.
Il vecchio sorrise, perché cedeva di aver intuito a cosa puntava il suo avversario, e subito mosse in avanti di una casella il Pedone davanti all’alfiere. Il suo avversario rimase in silenzio, intrecciò le dita e rimase qualche istante ancora a pensare. Con la sinistra, si grattò la barbetta ispida sul mento, poi prese una decisione fulminea e afferrò la testa del Pedone davanti al Re. Lo alzò con la mano sinistra e lo fece ricadere due caselle davanti, con un rumore sordo della base di feltro sul vuoto della scacchiera.
Ma il vecchio non sembrò impressionato, e si spinse gli occhiali in su del naso, mostrando gli occhi vispi. Con la destra, prese la Regina e la mise accanto al Cavallo.
L’altro si limitò a grattarsi ancora il mento per qualche istante. Tamburellò con le dita sul piano del tavolo, gli occhi che dardeggiavano il campo di gioco, fermandosi ora su un Pedone, ora su un Cavallo, ora su un Alfiere. Poi, alzò lo sguardo e fissò il vecchio; quindi arricciò il naso e contrasse le labbra. Prese il cavallo che aveva spostato per primo e lo mise davanti al Re. Annuì soddisfatto e fece ricadere la sinistra sul tavolo, pronto alla mossa successiva.
Il vecchio fece spallucce, increspando appena la camicia. Spostò gli occhiali sul naso con la punta del dito, e prese l’Alfiere a destra del Re. Lo mise alla destra del Pedone che aveva mosso per primo, mise le mani una sopra l’altra e aspettò.
L’altro si fermò un istante, mise la sinistra in tasca ed estrasse un piccolo fazzoletto. Si tolse gli occhiali dal viso e pulì le lenti, muovendo le dita in circoli. Poi rimise il fazzoletto in tasca, riportò le lenti sugli occhi, diede un’altra occhiata al campo di battaglia, e mosse uno dei pedoni davanti alla Regina.
Il vecchio mostrò per un istante insicurezza. Si torse le mani e si stropicciò i polsini della camicia. Esitò più di una volta prima di muovere in avanti il Cavallo. Le dita della destra si chiusero sul collo del pezzo ed esso venne spostato in avanti di tre caselle, vicino al Cavallo nero. Il vecchio mollò la presa sul pezzo ed aspettò che il suo avversario facesse la sua mossa.
L’altro studiò la scacchiera, cauto. Il suo sguardo fu subito attirato dal Cavallo nemico, che era una spina puntata verso il cuore del suo schieramento. Da una posizione simile, un Cavallo poteva facilmente superare il muro di Pedoni, porre scacco al Re nero e mangiare la Torre. Era una mossa prevedibile. Ristette per un attimo, indugiando lo sguardo sull’Alfiere bianco in retrovia, e poi sul suo Cavallo nero, in posizione di attacco sull’altro. Mise la mano sotto il mento. Fece per prendere il suo Cavallo e mangiare il bianco, ma si bloccò con la sinistra a mezz’aria. Osservò l’Alfiere bianco, e capì che se avesse preso il Cavallo sarebbe stato a sua volta spacciato; inoltre, l’Alfiere avrebbe potuto mettersi in una posizione che avrebbe facilitato un attacco dalla Regina bianca. Sorrise, e guardò di sottecchi il vecchio, come ad aspettarsi delle scuse per una mossa così banale.
Poi, con la sicumera di un bambino che ha capito come rompere il gioco del suo compagno, prese il Cavallo nero e lo spostò in basso, minacciando la Regina del suo avversario. Le dita lasciarono il pezzo; incrociò le braccia sul petto ed aspettò che il vecchio decidesse se sacrificare la Regina o porre fine alla propria tattica.
Il vecchio lo guardò per qualche istante, poi fece un lieve sorriso e si stese sulla scacchiera. Con la mano che gli tremava per l’emozione, prese la Regina bianca e la spostò in avanti, attraverso tutto il campo nemico. Mangiò il Pedone davanti all’Alfiere nero. Poi, la destra lasciò la presa, fece ricadere tutto il corpo indietro sullo schienale e disse piano:
“Scacco Matto.”
Il suo avversario richiuse le mani a pugno, e si chinò tanto sulla scacchiera che gli occhiali gli penzolarono dalle stecche. Guardò la Regina bianca con le labbra contratte e gli occhi socchiusi. Non poteva spostare il Re, non sarebbe servito a niente. Non poteva nemmeno mangiare la Regina avversaria. Il Cavallo bianco la stava proteggendo, silenzioso ed immobile. Arricciò le labbra in una smorfia di rabbia e annuì.
Il vecchio rise, un suono come della carta vecchia increspata, che si acuì in un piccolo accesso di tosse. Si rimise a posto gli occhiali sul naso, quindi, ancora sorridendo, lanciò un ultimo sguardo in tralice al suo avversario.
Mise le mani sulla scacchiera ed, uno ad uno, tolse i pezzi. Neanche uno era caduto per prendere il Re avversario. Non vedeva una vittoria simile da tempo, forse da mesi. La prossima volta, lo sapeva già, non sarebbe stata così facile. Quando ebbe tolto tutti i pezzi, riaprì la scacchiera, togliendo il lucchetto, e rimise i pezzi nelle loro fodere di panno; era così contento che si sbagliò una volta tra la posizione del Re e della Regina, ma rimise a posto tutto, prima di rivoltare il panno, richiudere la scacchiera e porre fine a quella piccola guerra.
Quindi si infilò la camicia, stese la destra per prendere il cappello, si alzò piano, e mise la sedia a posto. Prese la scacchiera, attento a tenerla in pari, e un passo alla volta, la riportò in casa.
Poi tornò al tavolo, spostò l’altra sedia, afferrò con entrambe le mani il grande specchio che vi era sopra, e portò in casa anche quello.

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