Sam Lowry è un impiegato al Dipartimento di Diffusione Informazioni, all’interno del Ministero dell’Informazione. Tranquillo, pacato, rifiuta le continue promozioni propostegli dalla madre, un’anziana donna altolocata tutta festini e chirurgia plastica, contentandosi di rimanere nel suo ufficio con colleghi che conosce, e spesso facendo anche le veci del suo capo.
Ma di lì a poco, una serie di scossoni colpiscono la vita di Lowry: un errore giudiziario lo costringe ad osservare le conseguenze della repressività dello Stato in cui vive, un guasto all’impianto di condizionamento lo metterà in cattive acque con due addetti alla riparazione (che gli distruggeranno la casa), e dulcis in fundo, troverà la donna di cui sogna ogni notte, e per salvarla da una condanna, sarà costretto a correre ogni tipo di rischio…

Locandina di Brazil

Brazil è un film del 1985, scritto da Terry Gilliam, uno dei Monty Python; se ne potrebbe parlare come di una “commedia nera”, che lascia un sapore amaro in bocca, e la descrizione sarebbe calzante, ma non completa. Tanto per cominciare, Brazil trasuda fantascienza da tutti i pori: la tecnologia allo stesso tempo futuristica e retrò (i computer sono un insieme di un Pc dell’epoca e di una macchina da scrivere anni ’40, geniale), i cittadini che hanno perso ogni volontà, l’influsso costante e continuo dello Stato nelle loro faccende (i richiami a 1984 sono tantissimi), anche se Brazil va in un certo senso oltre Orwell, in quanto la società è sfuggita di mano ai loro stessi costruttori, in un vortice di carte bollate, timbri e permessi: la burocrazia regna onnipresente (i cittadini vengono addirittura torturati tramite essa) ed ha stritolato assieme alle macchine ogni ordine che non sia apparente.
A dimostrazione di questo caos organizzato abbiamo un certo Tuttler, il cui nome è all’origine di tutti i guai di Lowry, che è un riparatore selvaggio, che come Robin Hood entra nelle case dei cittadini bisognosi (in questo caso Lowry ha il condizionatore rotto – e si riduce a dormire con la testa nel frigorifero!) e doma il groviglio di cavi, condotti e pompe che giace dietro i pannelli che ricoprono i muri. Sembra che armeggi con le interiora di una belva, ed infatti afferma di essere l’unico a capirci qualcosa, a tutti gli altri la questione è sfuggita di mano, da tempo.
Altri richiami interessanti sono a Metropolis, il film del 1927 di Fritz Lang: le architetture gigantesche della città, in cui ci sono palazzi che si stendono a perdita d’occhio, ma tutti nella vecchia, sana pietra, non in vetro e cemento, contribuiscono a dare alla città un’aria retrò che è uno dei punti di forza del film.

Una delle vette di satira raggiunte dal film avviene quando un vecchio osserva un plastico cittadino in cui le case sono coperte da enormi ciminiere simili a quelle delle centrali nucleari. Lo spettatore pensa ad un'opera d'arte, ad uno sberleffo, ma di lì a pochi secondi una panoramica mostra la città piena di questi caseggiati, tutti quanti con la loro ciminiera sul tetto, pitturata di bianco e azzurro!

L’aspetto urbano si sposa anche con quello noir: i vestiti dei personaggi sembrano usciti da un film sullo spionaggio anni ’50, cosa che contribuisce a creare l’atmosfera tutta particolare di Brazil.
La caratteristica che però più di ogni altra contribuisce a far “sentire” l’impero della tecnologia, ormai sfuggita di mano, sono gli enormi condotti che attraversano ogni appartamento, ogni stanza, ogni edificio, anche il più elegante: l’incapacità di mascherarli (all’inizio del film viene addirittura mostrata una pubblicità per “condotti adatti ad ogni esigenza”!), l’impossibilità di deviarli, sono uno degli aspetti più satirici e meglio riusciti del film, anche perché dimostrano una tecnologia (con qualche impressione steampunk) che si è diffusa in maniera capillare, ma che è incapace di rinnovare sé stessa. Il mondo è statico e stritolato.
L’unica via di fuga sembra essere la fantasia, l’immaginazione, che nel film è rappresentata dai sogni di Lowry e dal tema della canzone “Brazil”, da cui il bravo (e furbo) compositore ha ricavato quasi tutte le musiche della pellicola; ma alla fine anch’essa si rivela un’arma a doppio taglio, che salva l’uomo, ma al prezzo della realtà.

Brazil si rivela essere, dunque, una fusione perfettamente calibrata tra comicità, satira, umorismo nero, fantascienza distopica e retrofuturistica, con una vena noir che non dispiace, musiche accattivanti e capaci di reggere le emozioni nel film (cosa che dovrebbe fare ogni colonna sonora). Alcuni attori (come Bob Hoskins o Robert de Niro) sono delle vere e proprie punte di diamante, ma la recitazione in generale è a livelli molto elevati.
Brazil è anche un film troppo complesso e troppo ricco di dettagli e suggestioni per essere contenuto in una semplice recensione. Quindi, andate là fuori e recuperatelo. Dopotutto, come dice Tuttle, we’re all in together.

Capolavoro.

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