Qualche tempo fa, avevo parlato della mia intenzione di riscrivere il finale di Pk², la serie delle avventure di Paperinik che ebbe una brusca conclusione, realizzata abbastanza bene, ma di sicuro non soddisfacente. Nei mesi scorsi ho scartabellato la mia collezione di fumetti alla ricerca di riferimenti, dati ed informazioni, e nei prossimi tempi inizierò a pubblicare, sul forum del Papersera e su Regola per Sopravvivere, il frutto del mio lavoro, che cancella del tutto gli ultimi due numeri della serie e riparte dal numero 16, tagliando così quelli che io considero i “rami marci” che hanno inquinato tutto il fumetto.

La svolta è avvenuta tuttavia con la mia entrata nei finalisti di Ucronie Impure, cosa che mi ha dato la fiducia in me stesso e nella mia scrittura che era necessaria per decidere definitivamente di imbarcarsi in un progetto del genere. Ne approfitto per ringraziare ancora una volta McNab ed il suo concorso ucronico.

Quale migliore auspicio che un Pikappa agguerrito, disegnato dal divo Sciarrone?

Non di un fumetto si tratterà, purtroppo. Non ho ancora trovato un’anima buona e volenterosa che abbia voglia di tradurre in immagini il progetto; pertanto, io inizio a pubblicarlo. Poi… chissà. Per intanto, ecco la prima parte, un frammento, che tratta uno degli eventi più importanti di tutta la serie, ma di cui mai abbiamo avuto visione diretta. Buona lettura.

-1
Destati

Una voce metallica risuonò per la stanza.
Rimuovere rivestimento protettivo.” Un braccio meccanico discese dal soffito, aprì le quattro dita e le incastrò nella parete della cella; scattò e la parete esterna si aprì, separandosi dalle altre come un foglio di carta disteso, e mostrando la superficie vetrosa della capsula interna.
Parametri biologici in fase alterata.”
Il braccio meccanico si ritirò sul soffitto, portando con sé il rivestimento esterno; poi, calarono una serie di cavi con delle ventose alle estremità, che si attaccarono al vetro protettivo della cella.
Funzioni vitali non regolari. Pulsazioni alterate. Soluzione FOX-C drenata.”
I cavi si tesero tutti assieme. Con un debole risucchio, il vetro della cella si aprì, tirato verso l’alto.
Il soggetto è non cosciente.”
Il gas uscì sibilando dalla cella, invedendo la stanza con le spire grigiastre, depositandosi negli angoli e avvolgendo il pavimento in una nebbia gelida. Dinanzi alla capsula fu posta una barella, anch’essa calata dal soffitto, e poi la cella criogenica fu inclinata dolcemente, grado dopo grado, fino a quando sulla barella non scivolò un agile corpo di ragazza.
Pulsazioni alterate. Inserimento cannule di rianimazione. Tentativo uno.”
Una seri di cannule sottili uscì dai lati della barella, inserendosi in appositi, piccoli buchi sulla tuta rossa che avvolgeva la ragazza stesa; aveva il corpo ricoperto di sudori freddi, ed ogni pochi istanti le membra accennavano ad uno spasimo. Dal becco uscivano dei rantoli.
Ripristino funzioni basilari. Respirazione.
La ragazza spalancò il becco ed una maschera di ossigeno le venne fatta calare sul viso; subito il respiro divenne più regolare, le piccole convulsioni delle dita e dei piedi diminuirono.
Respirazione normale. Ripristino controllo muscolare.
La ragazza ebbe un ultimo spasimo, le braccia scivolarono ai lati della barella, le gambe si strinsero; poi, il suo corpo finalmente si fermò. La voce metallica ritirò le cannule e posizionò la barella in modo che la ragazza stesse con la schiena più dritta; potenti getti d’aria vennero diretti sul suo corpo, facendo evaporare i residui di gas criogenico, asciugandole i ciuffi scuri sulla fronte. La maschera d’ossigeno venne ritirata sul soffitto.
Funzioni vitali normalizzate. Soggetto in pre-coscienza.”
La ragazza corrugò la fronte; il respiro divenne più definito. Un occhio si aprì per un istante, per poi tornare a chiudersi; la ragazza respirò a fondo e aprì di nuovo l’occhio, questa volta mostrando del tutto l’iride azzurra.
“Soggetto vigile. Fine della registrazione.”
La ragazza aprì anche l’altro occhio, tenendo le palpebre socchiuse per la luce diretta. Lenta, alzò il braccio destro e lo mise davanti al viso, schermando ancora di più la luce. Davanti a lei c’era qualcuno. Era…
“Pa.. papà?”
La cosa sorrise, e si spostò un poco più indietro. Aveva la testa simile a quella di papà, ma era dentro una… sfera. Una sfera verde. Cosa…
No, padroncina Ducklair. Io sono Uno. Sono stato incaricato da vostro padre di prendermi cura di voi durante la sua assenza.”La ragazza ritrasse il braccio davanti al viso; scosse la testa.
“No. Papà… dov’è papà?”
La sfera verde si allontanò, ed accanto ad essa apparve un’immagine luminosa di un globo, che zoomò in una zona montuosa.
Vostro padre al momento si trova in un eremo, molto lontano da qui; verrà avvertito del vostro risveglio non appena…
La ragazza si prese la testa tra le mani.
“No, papà… non… dove sono?” La sfera verde le si avvicinò. Il globo luminoso ruotò, tornando a rimpicciolirsi.
Vi trovate sulla Terra, padroncina Ducklair. Quadrante settimo, seconda particella, ottava estroflessione.” Sul globo azzurro risplendette un punto rosso. La ragazza sollevò lo sguardo, e rimase muta a guardare l’immagine di un pianeta. Un altro pianeta. “In questo momento la vostra posizione è Paperopoli, una cittadina sulla costa ovest del continente americano. Vostro padre è atterrato in questa posizione…“Si accese un altro punto rosso, più in alto.”la cittadina di Goose Beach…“La luce nella stanza si spense per un attimo; le lampadine al neon sfrigolarono. La sfera verde si agitò. “Registro un aumento dell’attività psionica.”
La ragazza abbassò gli occhi e vide le proprie braccia, rinchiuse nella tuta rossa; si toccò il torso, i fianchi. Tornò a scuotere la testa. Le lampadine sfrigolarono un’altra volta.
“Cosa mi… sono cresciuta? Cosa…” La ragazza affondò le unghie nella fronte, arpionando le ciocche scure, gli occhi aperti e spiritati. Digrignò i denti. Le gambe tremarono. “Perchè?”
Calmatevi, padroncina Ducklair. Vostro padre sarà presto qui per spiegarvi tutto. Sarà certo capace di…
La ragazza urlò, e si tirò sul lettino, facendolo ondeggiare. Si mise sulle ginocchia e cercò di raggiungere la sfera verde, che si ritirò oltre la sua portata. La ragazza tolse le dita dalla testa, e, tremando, se le portò sul petto, incrociate.
“Sono cresciuta… lui… ci ha portato via. Mi ha portato via!” Una vibrazione passò per la stanza, facendo sfrigolare le lampadine; la luce sfarfallò.
Padroncina Ducklair, vi prego di mantenere la calma, ho già avvertito vostro padre, e presto potrà spiegarvi ciò che avete bisogno di…“La ragazza emise un urlo. Dal suo corpo si sprigionò un’ondata bluastra, circolare, che dismembrò la struttura del lettino, stracciando le lenzuola, il rivestimento in gomma, lanciando per la stanza i tubi in ferro dell’intelaiatura. Il pavimento si ruppe, esplodendo una ragnatela di crepe sotto il corpo della ragazza. Il volto nella sfera verde ebbe appena il tempo di sbarrare gli occhi, poi l’onda azzurrina toccò la superficie del suo globo ed essa esplose in un’onda di frammenti che si sparpagliarono in una deflagrazione circolare. Il volto all’interno di essa tremolò e scomparve. La ragazza toccò il pavimento, ridotto ad un cumulo di frammenti di intonaco, pezzi di gomma sparpagliata e vetro; dal soffitto, cavi e fili elettrici ondeggiavano, emettendo piccole scintille blu. La luce andava e veniva, le lampade sfrigolavano; la ragazza sembrò muoversi a scatti, ed avanzò a tentoni, una mano sul lato della testa. Le doleva, forse aveva sbattuto da qualche parte; non ricordava di essere caduta, però. Sentiva le lacrime scenderle tra le guance ed accumularsi ai lati del becco… non sapeva perché stava piangendo, ma non riusciva a smettere. Con passo incerto, appoggiandosi con l’altra mano alla parete, uscì dalla stanza, nel buio, facendo attenzione a non ferirsi sui frammenti di vetro che coprivano il pavimento. Non era facile, nella luce che andava e veniva.
Spinta la porta, che era piegata su uno dei cardini, la ragazza uscì e s’incamminò per il corridoio, ondeggiando a destra e a sinistra; si fermava spesso a tenersi la testa. Non riusciva a ricordare perché le facesse così male, o perché le lacrime non smettessero di scorrerle giù dal viso. La luce del corridoio, rossa e pulsante, le dava fastidio agli occhi; si fermò, appoggiandosi al muro, calandosi la mano sul viso. Le lacrime si erano fermate, oppure erano soltanto finite; si ripulì le guance, poi portò rapida entrambe la mani alla testa quando un’altra fitta, acuta come un coltello, la trafisse. Digrignò i denti.
Terminata la fitta, la ragazza si schermò con il dorso della mano e cercò di ricordare dove fosse; ma nella luce rossastra, emessa da una serie di faretti sul soffitto, non ci riuscì . Di sicuro non le piaceva. Si appoggiò al muro con la spalla, si prese la testa fra le mani.
“Voglio tornare a casa…” disse piano. “Voglio uscire di qui… ”
Nel muro accanto a lei si aprì un buco ovale. La ragazza vi precipitò con un sospiro sorpreso, e l’eco della sua voce scomparve con lei nel buio.
Passò molto tempo prima che le luci rosse smettessero di pulsare.

***

Citando il divo Enna: "Non esiste una fine, se vivono i ricordi."

A presto.

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