Il 26 febbraio del 1918, 93 anni fa, nasceva a New York Edward Hamilton Waldo; il nome del ragazzo fu cambiato ad 11 anni in Theodore Sturgeon quando i suoi genitori divorziarono. Con la giovane età, intraprese un mestiere dopo l’altro, e passò anni come marinaio – a diciannove anni, per degli screzi a bordo, fu abbandonato in un porticciolo semisconosciuto degli Stati Uniti, e sopravvisse scrivendo i discorsi ad un politico locale. A vent’anni, scrisse il suo primo racconto importante, Ether Breather, che fu pubblicato nel 1939 su Astounding Science Fiction, dando l’inizio ad una serie di apparizioni folgoranti sulle riviste di fantascienza e fantasy americane, e divenendo un autore apprezzato.
Talmente apprezzato che, nell’introduzione al primo libro della raccolta delle sue storie, Ray Bradbury dichiarerà di odiarlo, proprio per la sua straordinaria abilità stilistica e immaginifica, un giudizio condiviso da Gene Wolfe, da Arthur C. Clarke e Isaac Asimov.


Sturgeon si stava insomma ponendo come una quarta colonna della fantascienza, assieme ai tre canonici Asimov, Clarke e Heinlein; ma i lavori che cambiavano uno dopo l’altro, l’impossibilità di trovare sicurezza economica e una generale mancanza di metodo, oltre alla presenza (che lo accompagnerà per tutta la vita) di vuoti narrativi lunghi anni, accompagnati da incredibili esplosioni di creatività, gli impedirà di crearsi un humus di fan, uno zoccolo duro di lettori che gli consenta di resistere all’erosione del tempo.

Una rara foto di Sturgeon da giovane. Già allora possedeva il suo tipico sguardo malandrino.

Ed il tempo passa, Sturgeon riceve i due premi più prestigiosi nell’ambito della fantascienza, il premio Hugo ed il premio Nebula (per lo stesso racconto, Slow Sculpture), ma la sua produzione si fa più scarsa, e non riesce ad emergere nel mare magnum della fantascienza anni ’70 e ’80, ormai consolidata. Theodore Sturgeon sbiadisce nelle pieghe della memoria, e anche se viene ricordato ed apprezzato dai critici, il grande pubblico smette di conoscerlo. Nel 1976, il critico Paul Williams dirà di lui:

The best short story writer in America lives on a hill on the outskirts of Los Angeles. He works on TV scripts, gives lectures, teaches a class, writes book reviews and does introductions to other people’s books. That’s all. He’s sold four new short stories in the last four years. Of the 23 books he’s written in the course of his career, only three are still in print in the United States. His old masterpieces are not being read; and his new ones are not being written.

Il miglior scrittore americano di racconti vive su una collina alla periferia di Los Angeles. Lavora sui soggetti per la TV, dà lezioni, insegna, scrive recensioni di libri e fa introduzioni a libri di altre persone. Questo è tutto. Ha venduto quattro nuovi racconti negli ultimi quattro anni. Dei 23 libri che ha scritto nel corso della sua carriera, solo tre sono ancora in stampa negli Stati Uniti. I suoi vecchi capolavori non vengono letti; e quelli nuovi non vengono scritti.”

La mancanza di una produzione stabile, la quantità relativamente scarsa (i suoi racconti sono stati raccolti in tredici libri, nel corso di più di quarant’anni di carriera – per avere un’idea, Isaac Asimov ne scrisse più di trecento), il collegamento quasi inesistente con il pubblico, fecero sì che quando Sturgeon morì, nel 1985, pochi se ne rattristassero.

Nonostante la sua incredibile creatività, Sturgeon fu eclissato da altri autori più famosi, più pubblicizzati, più regolari e prolifici. Nessuno a lui superiore.

Eppure. Eppure, sembra che le cose stiano cambiando. Tra il 1995 ed il 2010, la casa editrice americana North Atlantic Books ha dato alle stampe tutti i suoi racconti, in edizioni critiche curate in maniera splendida, con riferimenti ed una breve introduzione per tutte le storie pubblicate, ed il pubblico sembra iniziare a conoscerlo, per quanto lentamente. Ma cosa è rimasto di Theodore Sturgeon?

Gli altri grandi scrittori di fantascienza del ventesimo secolo ci hanno lasciato romanzi e racconti mirabili, nei quali riescono a far riflettere, sognare, commuovere, ispirare quel senso di meraviglia che è l’anima della fantascienza. In particolare, Asimov, Clarke ed Heinlein sono riusciti a farlo: il primo con le storie dei robot e della Fondazione: pianeti composti interamente di città, mutanti, macchine senzienti. Il secondo con astronavi sconosciute, enormi cilindri che vagano nello spazio degli scopi inimmaginabili, o enormi monoliti neri segno di una volontà superiore. Il terzo con l’invenzione di una “storia futura” in cui le innovazioni tecnologiche sono riuscite a modificare la società, portando il lettore a contatto con le più incredibili opere dell’uomo. Sturgeon è riuscito a creare un simile sense of wonder, e ci è riuscito senza usare enormi astronavi, profondità cosmiche o tecnologie strabilianti. Ci è riuscito narrando di due alberi uguali. Nel suo romanzo Cristalli Sognanti.

Molti autori di fantascienza si sono distinti per creare racconti di una sensibilità straordinaria, che hanno aperto nuovi mondi ed esplorato nuove profondità emotive. Basti ricordare il ciclo dei Robot di Asimov, in cui le intelligenze umana ed artificiale si incontrano e si scontrano, oppure il commovente Fiori per Algernon di Daniel Keyes. Ma nessuno di questi racconti arriva alle altezza toccate da Sturgeon in Scultura Lenta, un racconto che sfrutta i bonsai per creare una filosofia universale.

Sturgeon se la ride della sua svanita popolarità.

Un’altra grande caratteristica è essere capaci di ribaltare la situazione all’ultimo, con la costruzione di racconti che rovesciano la propria prospettiva, creando una gara appassionante con il lettore. Gli esempi si sprecano, da Buona notte, signor James, di Clifford D. Simak, a Regola per Sopravvivere di Richard Matheson (il racconto che dà il titolo a questo blog), da Impostore di Philip K. Dick a Villaggio Incantato di A. E. Van Vogt, a Sentinella, di Fredric Brown. Nessuno di questi racconti, però, riesce ad arrivare al culmine emotivo, ritorto e caricato per intere pagine, così che quando colpisce, non trova più difese ed invade tutta la mente, che c’è alla fine di L’Uomo che Perse il Mare. Di Theodore Sturgeon.

Infine, la fantascienza è anche morbosità, è esplorazione di sottili confini tra il lecito ed il meno lecito, arrivando a sconfinare nell’orribile. Molti autori si sono distinti per questo, a cominciare dal capostipite della fantascienza nera, Lovecraft, trovando poi uno dei veri maestri in Matheson (Nato d’Uomo di Donna, Su dai Canali). Ma nessun racconto riesce a generare un’impressione tanto forte di morbosità, di strano e sinistro come Le Mani di Bianca. Di… Theodore Sturgeon.

Nessuno degli scrittori sopra citati, assieme ai molti altri meritevoli di citazione, è riuscito a condensare in una sola carriera tutta la gamma di emozioni, sens of wonder, morbosità, apertura mentale, meraviglia, orrore, tensione, commozione che Theodore Sturgeon riesce ad esprimere in poche righe. Sturgeon, infatti, aveva anche la curiosa abitudine di scrivere utilizzando uno stile proprio, uno stile letterario, lontanissimo da quello espositivo, a volte pedante, di Asimov, da quello  semplice e diretto di Heinlein, da quello lento e narrativo di Lovecraft, da quello breve e sincopato di Matheson e Brown – adoperava, per esempio, la prosa ritmica. Si rivolgeva direttamente al lettore. Scriveva in seconda persona. Adoperava artifici linguistici, accenti calibrati e giochi di parole per spiegare al meglio la situazione, mischiando la narrazione con la poesia, ipnotizzando il lettore, aprendolo alle meraviglie della sua mente. Riusciva ad utilizzare il linguaggio stesso come cardine per lo sviluppo della storia.

Non esagero, quando dico che Theodore Sturgeon è stato il più grande scrittore di letteratura fantastica (fantasy e fantascienza), di tutto il novecento. Mi sto lentamente procurando l’intera sua produzione, e più vado avanti più mi rendo conto di quanto sia vero. Purtroppo, la difficoltà di reperimento del materiale è grande, ed al momento credo che in Italia non ci siano sue opere in stampa. Si possono reperire i suoi libri più famosi su emule in ebook, ma la quantità è spaventosamente esigua rispetto ad altri autori più famosi.


La firma di Sturgeon. La Q con la freccia significa "Ask the next question", una frase che riassume molto bene la sua filosofia.

Theodore Sturgeon rimane un mondo ancora tutto da scoprire. Ci può consolare sapere che nonostante lo scrittore sia morto da ventisei anni, abbiamo il corpus delle sue storie, nelle quali è riuscito a riversare un’intera vita – spesso non solo la sua – in poche frasi.

Si può concludere quindi che, come diceva nella prefazione di una delle sue ultime raccolte, Sturgeon is alive and well. Sturgeon è vivo e vegeto.

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