Ho deciso di pubblicare l’idea scartata per Ucronie Impure, sotto forma di racconto fresco fresco. E’ il mio modo di festeggiare la Festa dell’Ucronia. Quindi tanti auguri, tanto, non ve li ho fatti in questo universo.

Gli Anni di Cenere

Gli Anni di Cenere

Il signor Frejus avanzava con le mani infilate nelle profonde tasche del cappotto, il cappello calato sugli occhi e la sciarpa stretta sul volto. Piccoli fiocchi bianchi cadevano nella notte, rivelati dalla luce malata dei lumi al petrolio e dei lampioni elettrici; molti si erano già accumulati per strada, e formavano una sottile crosta bianca, sulla quale gli stivali del signor Frejus lasciavano impronte ovali.

L’uomo svoltò verso sinistra, senza alzare il cappello o salutare un sacerdote che se ne andava biascicando un preghiera, il breviario in una mano ed un ombrello nero, striato di bianco lungo le stecche ed i bordi, nell’altra. Quando lo ebbe oltrepassato, il sacerdote gli gettò uno sguardo in tralice, ma non disse nulla e continuò per la propria via. Il signor Frejus entrò in una piccola piazza circolare, illuminata da sparsi lampioni, con alcune, vuote, panchine di ferro a forma di S, come aveva voluto l’ultima moda. Al centro della piazza c’era un grande albero, ed il signor Frejus si avvicinò di qualche passo, fermandosi, gambe chiuse e corpo rigido, di fronte alla pianta. Una vecchia abitudine lo spinse a piegare il collo e a portare indietro un poco la schiena, per poter abbracciare in uno sguardo l’intera scena.

L’albero era privo di foglie. I rami secchi si protendevano verso il cielo bigio, e lo sguardo dell’uomo ne seguì un gruppo, da che si dipartiva dal tronco, si divideva, ingialliva, la corteccia perdeva consistenza e assumeva una strana porosità, fino ai tizzoni argentati delle punte. Il signor Frejus abbassò lo sguardo. Sul fazzoletto di terreno circolare ai piedi dell’albero, recintato da fil di ferro arrugginito, c’era uno strato indurito di materia giallastra, tra cui si distinguevano le forme dritte dei rami morti.

Un singolo fiocco si posò sul naso del signor Frejus. L’uomo rabbrividì ed estrasse una mano guantata dalla tasca; si passò il dito sul setto nasale e riprese a camminare per la piazza vuota, tagliandola in diagonale e raggiungendo una via stretta sulla sinistra, da cui proveniva un lieve suono di fisarmonica.

Il signor Frejus entrò nel bar, richiudendosi subito la porta alle spalle, e diede un’occhiata in giro, mentre con le mani si toglieva la sciarpa. Il bar era gremito, per essere appena passate le feste di capodanno: una coppia di giovani si teneva per la mano in un tavolo appartato, con il giovane che stava parlando ad alta voce, risoluto, alla compagna. A due tavoli di distanza, tre soldati tedeschi in uniforme stavano ascoltando uno di loro raccontare quella che sembrava essere una storiella divertente. Il signor Frejus scoprì di avere un sapore amaro in bocca. Dovette trattenersi dallo sputare, e si sedette il più lontano possibile dai crucchi, superando quattro vecchi con delle mascherine sul volto, seduti a giocare a carte con i guanti; finì per sistemarsi nell’angolo più buio e freddo del bar, dal momento che i soldati si erano accalcati accanto alla stufa.

Il signor Frejus posò la sciarpa sllo schienale della sedia, la ritirò da sotto il tavolo e vi si coricò, lieto di potersi appoggiare a qualcosa. Si tolse anche il cappotto, sollevò la sciarpa e mise anche quello sullo schienale, poi si levò il cappello e lo appoggiò, assieme al foulard, seguiti subito dai guanti. Si mise con i gomiti sul tavolo e si stropicciò la faccia, un gesto che gli mosse alla mente lo sgradevole ricordo del fiocco sul naso di poco prima. Scosse la testa ed alzò il braccio in direzione del banco. Si tirò su con la schiena, appoggiandosi allo schienale, e tirò fuori dalla tasca della giacca un piccolo involto di carta cerata; sciolse il nodo di spago che lo chiudeva, e si mise a scorrere le fotografie una per una.

Con grande sollievo dell’uomo, quando il tedesco finì di raccontare la sua storiella, le risate arrivarono soffocate.

La cameriera arrivò dopo qualche istante. Il signor Frejus la guardò con la bocca mezza aperta, pronto ad ordinare “il solito”, ma si fermò.

“Sei nuova.”

La ragazza era giovane, aveva un’aria stanca ed un fiore di carta nei capelli di paglia; annuì.

“Marianne sta male.”

Il signor Frejus corrugò la fronte, ma non indagò oltre. Ordinò un bicchiere di liquore e si rimise a guardare le foto, inclinando la testa ogni volta che ne spostava una davanti. Ogni tanto, una o due le metteva a faccia in giù, sul tavolo.

Aveva quasi finito di guardare le foto quando arrivò il suo liquore. L’uomo ringraziò la cameriera con un cenno, poi prese il bicchiere di vetro tra il pollice e l’indice e lo buttò giù d’un fiato. Il liquido gli incendiò la bocca come un bacio. Il signor Frejus rimase per qualche istante con gli occhi chiusi, cercando di imprimersi nella mente ogni sfumatura di gusto, che presto scomparve, lasciando solo un sapore dolciastro ed un cuore un po’ più leggero. Spostò il bicchiere con il dito, lontano dalle poche fotografie a faccia in giù, e prese un cartoncino abbandonato vicino al posacenere, ripiegato a triangolo in modo che stesse in piedi. Lo girò.

Joyeux 1919

Piegò il cartoncino tra l’indice e il pollice, rovinandolo. Ebbe un attimo di esitazione, pensando che il barista potesse averlo visto, ma si scosse quel pensiero dalla testa. Ad ogni modo, non gli importava; anzi, rovinare quel cartoncino gli aveva dato per un istante un sottile piacere.

Qualcuno spostò la sedia davanti a lui, e si sedette, calando al contempo il braccio. Sul tavolo comparvero due altri bicchierini di liquore. Il signor Frejus alzò gli occhi e tirò le labbra nel primo sorriso in tutta la giornata.

“Edward.”

L’uomo davanti a lui allargò le braccia, girando in dentro i palmi delle mani, come a dire “sono qui!”. Aveva un volto squadrato e vestiti costosi e pesanti. Sulla fronte, oltre ai capelli scarmigliati portava due occhiali da aviatore.

“Jean, questo offre casa.”

Il signor Frejus sorrise. Il francese dello yankee non era migliorato. Prese il bicchiere, fece per portarlo alle labbra, poi lo riposò sul tavolo. L’altro invece, aveva già finito il suo. Accanto all’americano, pochi istanti dopo, si sedette un giovane vestito di nero. Gli occhi del signor Frejus si alzarono in un’espressione di sorpresa, nel vederlo. L’americano battè la mano sulla spalla del nuovo arrivato, che per poco non rovesciò la tazza di latte che aveva in mano.

“Jean, eccoti Don Angelo; è preferito di vescovo, Jean, non è vero?”

Il giovane sorrise mesto, alzando solo una volta lo sguardo, incontrando quello del signor Frejus; l’uomo era colpito dagli occhi limpidi del sacerdote, ma ancora di più dalla sua età.

“Pace e bene, signore.” Il signor Frejus sollevò un sopracciglio. Il francese del giovane era pressoché perfetto.

L’americano prese le foto a faccia in giù sul tavolo, le voltò e prese a guardarle; il signor Frejus fece per riprenderle, ma restò con la mano a mezz’aria. Con un sospiro, la fece ricadere sul tavolo e riprese a tormentare il cartoncino. Il sacerdote, accanto a lui, bevve il primo sorso dal suo latte.

L’americano gettò le foto sul tavolo, una ad una. Ritraevano tutte la piazza poco lontana dal bar, in un giorno di sole, un matrimonio pieno di gente sorridente, ripresa in piedi, davanti ad un enorme ciliegio fiorito. Il signor Frejus non fece per riprenderle.

“Tre giorni fa abbiamo inviato trentaquattro aerei.” Lo yankee chiuse le mani a pugno sul tavolo. “Sono decollati da Lione. Sono ricoperti di nuova lega nuova e sono i calabroni più veloci che mai mi sia visto. Lo prenderanno, Jean.”

Il signor Frejus tirò il sorriso sulla destra della faccia, tanto in alto da farlo sembrare un taglio.

“Tu non lo hai visto, Edward.” Le mani del signor Frejus tremarono. “Voi pensate di poterlo abbattere. Pensate di poterlo studiare.” Scosse la testa. “Non ci riuscirete.”

Lo yankee emise uno sbuffo. Si toccò gli occhiali sulla fronte, e spostò più avanti il bicchiere di liquore verso il francese.

“Bevi, Jean, che meglio ti senti.” Attese un attimo, ma il signor Frejus non prese il bicchiere, si limitò a rimanere con lo sguardo nel vuoto. Dall’altro lato del bar, arrivarono le prima note e le parole biascicate nell’alcool di una canzonaccia in tedesco. Le mani del signor Frejus si strinsero sul cartoncino, le sue labbra si assottigliarono. L’americano si tirò in avanti e mise una mano sulla spalla dell’altro.

“Tranquillo, Jean. Tranquillo.”

Il francese mosse la mano con uno scatto nervoso e prese il bicchiere di liquore. Lo svuotò e lo posò sul tavolo. Stavolta, invece di un bacio il calore gli sembrò l’ondata rovente di una bomba, il rumore del vetro sul piano di legno, uno sparo. La mano iniziò a tremargli.

“Ne ho fatti saltare sei, Ed.” Un ghigno distorse il lato del volto del signor Frejus. “Sei, tre anni fa.” Si girò verso l’altra parte del locale, dove le voci dei soldati si facevano più forti e più sgraziate. “Dannati crucchi!” disse. Ma lo disse sottovoce.

Accanto a lui, il sacerdote posò la tazza di latte sul tavolo e fece un mesto sorriso.

“Dobbiamo perdonare. La guerra…” fu interrotto dal dito puntato verso la sua fronte dal signor Frejus. Il dito tremava, e così la voce del francese.

“Facile, per voi italiani!” Fece una pausa. “Non sono entrati crucchi nelle vostre case!” Alzò ancora la voce. “E poi, da voi quello si tiene alla larga, no? Con tutte le vostre chiese e i vostri preti!” Don Angelo strinse le labbra un momento.

“Jean. Calmo. Stai.” Lo Yankee gli prese il braccio.

“Avete del tutto ragione, signor Frejus. D’altra parte, è per questo che sono qui. Per tenerlo alla larga, come dite voi.” Don Angelo mise le mani sul tavolo, chiuse come in preghiera.

Il signor Frejus fece tre ampi respiri. Poi abbassò lo sguardo, ma non si scusò.

L’americano si appoggiò allo schienale, si tolse gli occhialoni dal viso e prese a pulirli con la sciarpa.

“Ho notizie da Svizzera.” Il signor Frejus lo guardò, un vago bagliore di trepidazione negli occhi. “Ci sono superst… sopravvissuti, come si dice. Vicino Ginevra. Le acque del lago sono ancora pure, in parte.” Fece una pausa. “Hanno scavato dei rifugi. Vivono sottoterra.” Il signor Frejus ebbe una breve esplosione di riso amaro. Il bagliore fu sostituito da un velo di rassegnazione. “Come topi. Sperando che non li trovi.”

“Ma sono vivi, Jean.” L’americano posò gli occhialoni sul tavolo.

Il signor Frejus si girò, estraendo un altro pacchetto dalla giacca.

“Queste non te le ho ancora fatte vedere, Edward.” Sciolse il pacchetto. “Da quanto è che non voli?” Tirò fuori le fotografie, una ad una. “Le ho fatte per conto del governo, due anni fa. Alcune le ho conservate. Se sapessero che le ho nascoste.” Fece spallucce. “Ma ormai.”

L’americano prese le foto. Erano cinque.

“Gli svizzeri possono essere vivi, Edward. Lo saranno per poco.” L’americano non disse nulla, ma corrugò la fronte e sbarrò gli occhi di fronte alle immagini che stava sfogliando. “La terra muore. L’acqua diventa veleno, quando piove brucia gli alberi.” Fece una pausa. “Ho un cugino, in Alsazia.” Sorrise. “Chissà dove sarà finito, ora. Una volta mi ha spiegato che i campi attorno alle fabbriche morivano per i fumi, che gli alberi ingiallivano e diventavano secchi.” Spostò lo sguardo verso la finestra. “Poi viene il fuoco, viene con quella cosa. Dove passa, brucia.”

Don Angelo aveva tirato fuori il rosario. Muoveva le piccole perle di legno, cantando una nenia in latino, ad occhi chiusi. “Quel fuoco divora ogni cosa. La seconda foto. Quello era il municipio di Losanna, sai, Edward. Pietra.” L’americano prese in mano la foto in questione. Sbarrò gli occhi. Il signor Frejus battè sul tavolo con il cartoncino piegato. “Infine, ritorna la cenere. Poi, ritorna la cenere.” Fece una pausa. “Poi, ritorna la cenere…”

Il signor Frejus smise di parlare. L’americano posò le foto sul tavolo, a faccia in giù.

“Lo prenderemo, Jean.” Ma il tono era diverso da prima. “Lo prenderemo e lo tireremo giù e ci mangeremo le sue carni.” Il francese scosse la testa. “Ci hanno già provato i tedeschi.” Aggrottò la fronte. “Ci abbiamo provato noi, assieme ai tedeschi. Tre anni fa.” Inclinò un’altra volta il bicchiere vuoto, sperando in qualche goccia superstite. Non venne niente. “Ha distrutto i nostri aerei. Poi si è vendicato. Ha colpito per prime le città con le fabbriche.” Sorrise ancora, quel ghigno che sembrava un taglio sul viso. “Non sembra, ma è furbo. Più furbo di noi. Di voi. Più vecchio, anche. Più vecchio dell’uomo.”

L’americano fece una pausa. Poi battè gli occhiali sul tavolo.

“Allora, Jean, perché tu non…”

Il francese lo interruppe.

“Non vengo, Edward.” Fece una pausa, strinse le mani tra loro. “Voi pensate…” scosse la testa. “Tu non sei stato in trincea, Edward. La prima volta che mi hanno ricoverato per le ferite, avevo i fottuti vermi. I vermi. Come un dannato cane.” Il francese riprese il cartoncino in mano, e tornò a tormentarlo. “Ho combattuto, Jean, in mezzo al fango e in mezzo al sangue e alla merda. Poi è uscita quella cosa.” Strappò il cartoncino. “È uscita e ha iniziato a bruciare e a distruggere. Quanto ha impiegato per la Svizzera? Due settimane?” Prese le due metà del cartoncino, le mise una sopra l’altra e le spezzò ancora. “Siamo fuggiti, Edward. Noi e i crucchi. Loro sono riusciti a prendere la Francia solo perchè quello ha pensato bene di svegliarsi più vicino a Lione che a Francoforte.” Spostò lo sguardo sui vecchi seduti al tavolo accanto. “Poi la gente ha iniziato a morire per l’influenza. Muore anche da te, Edward. La gente muore anche se è in America.” Don Angelo cambiò il verso del rosario. “Conoscevo gente che è sopravvissuta al fronte per morire nel proprio letto, Edward.” Fece un’altra pausa, poi prese le cinque foto mostrate all’americano. “Non si fermerà alla Francia, Edward.” Ancora una pausa, segnò con il dito una linea sul tavolo. “Quello si è svegliato a cinquecento chilometri da qui, Edward. Sta espandendo il suo territorio. Questa estate, il cielo era limpido e la pioggia era pura. Non vedo il sole e le stelle da un mese. E nevica da stamattina, Edward.” Si girò, prese il cappello e passò le dita sulla tesa, lasciando quattro segni paralleli di grigio sporco acquoso. “Inizia sempre con la cenere, Edward.” Si pulì le dita sulla giacca. “Finisce allo stesso modo.”

Il signor Frejus si alzò, battè le mani tra loro per pulirle. Si mise il cappello in testa ed iniziò a vestirsi.

“Quello è come la spagnola. Arriverà anche in America. Ha ali abbastanza forti per prenderci anche in capo al mondo, e fuoco sufficiente per bruciarci uno ad uno.” Si sistemò la sciarpa. “Pertanto, mi perdonerai.” Rimisela sedia a posto. “Piacere di avervi visto, Don Angelo.” Il sacerdote smise il rosario per un attimo ed alzò due dita in segno di benedizione. “La bestia non vivrà. Signor Frejus, il Serpente è forte, ma il Signore è più forte ancora.” Il signor Frejus fece un sorriso mesto. “Dio non ha fermato le pallotole, Don Angelo.” Fece un passo, e strinse la mano all’americano.

“Quando quello mi verrà a prendere, io voglio morire in piedi, Edward, e voglio morire in Francia. Cantando la Marsigliese.”

Il signor Frejus lasciò qualche spicciolo sul tavolo, poi si diresse verso l’uscita, intonando qualche deliberata strofa dell’inno, facendo storcere il naso ai tre soldati tedeschi.

Fuori, nevicava ancora. Il signor Frejus rimase per un istante nella luce del bar, tendendo la mano guantata. Alcuni grossi fiocchi bianchi si posarono, con grazia, sulla sue dita aperte. Le strusciò tra loro. Fiori di bianco sporco e grigio si aprirono sulla pelle nera del guanto.

Il signor Frejus rimise le mani in tasca, e si avviò verso la piazza vuota, le suole che traevano orme ovali dal bianco strato sul terreno.

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