Il Colosso Addormentato è un romanzo in formato elettronico di Samuel Marolla, 160 pagine, uscito a Marzo di quest’anno.

Copertina de Il Colosso Addormentato.

Ne sono venuto a conoscenza tramite il “solito” McNab, e l’ho caricato sul lettore, lasciando da parte per qualche oretta i saggi scientifici ed immergendomi nella narrativa.
La storia parte da uno spunto notevole: un archeologo italiano viene convocato d’urgenza per studiare un reperto sensazionale rinvenuto in Afghanistan da un comando italiano di stanza in loco. L’archeologo accetta e si ritrova in Afghanistan, dove scopre però che le cose non sono come sembrano, e che il reperto sembra avere un’influenza molto maggiore della semplice meraviglia…

La prima scena che mi è venuta in mente leggendo l’estratto della trama è stato il ritrovamento del Dio-Soldato in Nausicaa della Valle del Vento, ed in effetti il romanzo presenta una serie di atmosfere che ricordano quelle di alcune altre opere. Una delle somiglianze più importanti è legata al celebre videogioco Dead Space, alla presenza ovvero di un artefatto in pietra capace di generare allucinazioni e di estendere diversi tipi di influenza, anche sulla materia organica; in altri punti, non può non venire in mente Galactus, personaggio della Marvel noto per le “cosmiche” abitudini culinarie – e per la scelta di un araldo.

Il Divoratore di Mondi.

Poi c’è una forte aura di Lovecraft, specie nel finale, e nei punti in cui il Colosso viene visto per la prima volta: Marolla non descrive direttamente la forma del reperto, ma racconta solo le reazioni del protagonista che lo vede. La scelta di raccontare e non mostrare (in modo che sia il lettore a formarsi le immagini peggiori) è tipica di tutta la narrativa lovecraftiana, e mostra che la regola Show don’t Tell, quasi sempre validissima, non si applica a certi tipi di horror.
Al di là di questi rimandi più evidenti, ci sono delle atmosfere circostanziate (come la scena iniziale sulla neve, verso la fine del romanzo: ricorda molto La Cosa di John Carpenter) che potrebbero dare a pensare ad una serie di scopiazzature e di veri e propri saccheggi da altre opere, se non fosse che Marolla non le utilizza per scene-chiave (o almeno, io non ne ho viste), e dunque mi sembra che le loro presenza contribuisca a rafforzare il romanzo, approfondendo la sua atmosfera senza mai creare un legame lampante.

I dolori ci sono, invece, in certe cose dello stile. Tutta la prima parte (le prime 70-80 pagine) del romanzo è costellata di piccoli scivoli di PoV (Point of View), di leggero infodump e di situazioni non ben chiarite. Ad esempio, a pagina 6, il funzionario che sta per offrire al protagonista il viaggio in Afghnistan ha piccoli problemi con una graffetta.

Sollevò i fogli e arpionò al volo la graffetta con l’utensile. Ci riuscì dopo qualche tentativo. Quindi prese a tirare, e non successe nulla.

Fabio Angotti provò una forte pena e decise di aiutarlo. – Deve appoggiare i fogli sul tavolo.

Einrici lo guardò di traverso. – Come?

– Per spinzare quei fogli, li deve appoggiare sul tavolo. Altrimenti non viene via.

– Oh. – disse l’uomo, e ci provò. Funzionò subito. Einrici doveva essere il tipo di persona che ci avrebbe salvati se fosse scoppiata un’improvvisa guerra con la Francia.

L’ultima frase (il corsivo è mio) rappresenta un chiaro pensiero di Angotti (il protagonista), ma è al plurale (ci avrebbe salvati) e la cosa crea un piccolo cortocircuito logico che costringe il lettore a spostarsi, in termini di PoV, dalla spalla di Angotti alla sua testa. La stessa operazione avviene in alcuni altri punti nel romanzo (come quando ci si riferisce all’Italia come a “il nostro Paese“), e la sensazione è quella di beccare un dosso su una strada: per un attimo, il flusso della lettura si interrompe, e questo non aiuta.
Un altro problema è l’uso di un leggero infodump, ovvero della presentazione da parte dei personaggi di informazioni necessarie al lettore ma non alla trama, che crea una sospensione della narrazione, a volte con effetti devastanti. Se leggete Martin Mystere, sapete di cosa parlo. Per fortuna gli unici due esempi veramente gravi di infodump si trovano nelle prime 30-40 pagine. Di sotto riporto il peggiore, da pagina 11-12.

– Che cosa conosce dell’Afghanistan, professore?

– Dell’Afghanistan? Dal mio punto di vista? Beh, è un posto affascinante. So che noi italiani siamo molto presenti, dal punto di vista dell’archeologia. A Kabul, a Herat, a Jam. Ho degli amici che sono lì. Ci sono diverse missioni ufficiali. Siamo lì dal 56, dalla missione archeologica di Tucci. Adesso credo ci sia il professor Verardi. Sì, insomma, è tutto un cantiere archeologico, spesso italiano… si sta lavorando in tutto il paese, a Ghazni nel palazzo di Masud III, nel santuario buddista di Tapa Sardar, i complessi rupestri buddisti. Stiamo restaurando Jam ed Herat, con la supervisione dell’architetto Andrea Bruno. Attiveremo due musei creati dagli italiani molti anni fa, il museo di arte pre-islamica di Ghazni, e quello islamico di Rauza. Sempre noi italiani stiamo anche lavorando alla ricostruzione dei Buddha del Bamiyan.

Come lei sa, professore, lei insegna all’università. Questo tipo di infodump mostra anche un altro dei problemi del romanzo, ovvero la presenza di alcune frasi o dialoghi un po’ troppo lunghi rispetto alla “capacità di fiato” del lettore. Un esempio lampante avviene con le minacce del Colonnello Tam a pagina 21-22, che sono lunghe una pagina ed hanno un’unica pausa – l’effetto raggiunto è quello di mostrare il fiume di parole vomitate dal Colonnello, ma il prezzo è quello di rendere il dialogo meno realistico. Il povero Colonnello è anche la causa di uno dei pochi veri e propri incidenti di trama del romanzo, che avviene a pagina 47-48.

Nel dormiveglia, gli parve anche di sentire la voce di Bonifacio e dei suoi uomini, ma non avrebbe potuto giurarlo. Gli parve anche di udire Tam, che con la sua voce stentorea lanciava delle invettive contro questo o quello. Dio, quanto lo odiava. Ma non per averlo, di fatto, sequestrato, no: lo odiava perché sapeva che il Colonnello Tam non avrebbe diviso il colosso addormentato con nessuno, per nessun motivo. La cosa era sua, punto. E uomini come Tam, quando vogliono qualcosa, se la prendono, per Dio, e la difendono con qualsiasi mezzo. Qualsiasi. E questa intima certezza era fonte non solo di odio, ma anche di paura. Perché c’erano discrete possibilità che Tam fosse impazzito.

In questo punto del romanzo, non ci vengono forniti indizi sulla presunta follia del Colonnello, che non si è comportato in maniera differente da un qualunque ufficiale un poco più duro del solito. L’idea è tutta nella testa di Angotti, ma senza riscontri che ne esprimano la veridicità: in questo modo, la sua sensazione può venir presa o come un sintomo di profondo stress, o come un’anticipazione della trama, cosa che rovina le pagine seguenti. L’altro episodio accade più avanti, quando Angotti trova in un ospedale un collega archeologo, datosi fuoco qualche tempo prima. Non solo è parecchio vispo per essere bruciato come un cerino, ma la sua apparizione resta isolata, ed inutile allo svolgimento della trama – sembra solo creare un’incongruenza.

Al di là di tutto, Il Colosso Addormentato ha anche notevoli punti di forza. Per cominciare, la trama è interessante, ed è gestita in una struttura a due marce, in cui le prime 80-90 pagine creano la tensione (sono frequenti i cliffhanger, ovvero la costruzione di un momento assai teso e la sua chiusura improvvisa), e le seguenti che mostrano azione come se piovesse, fino alle ultime quindici che creano ancora tensione. Tutto ciò non fa che aumentare la capacità del romanzo di emozionare, ed in questo senso Marolla ha fatto un ottimo lavoro.
Anche l’atmosfera militare è ben costruita (almeno è apparsa così a me, che non sono un esperto), specie nel personaggio del capitano Bonifacio, che sembra una specie di fusione tra Scarface e Rambo, molto ben riuscito. Anche gli altri personaggi sono riusciti, e tutti quelli principali hanno una propria “voce” (come l’uso del dialetto, a piccole dosi, per l’abruzzese soldato Pulè).
Dal punto di vista immaginativo, il Colosso ha delle ottime visioni oniriche e raccapriccianti (la scena del bambino appena nato, appena prima della fine, è notevole), che fanno il paio e corroborano la tensione del “non detto” delle prima metà.
I dialoghi sfruttano a volte una soluzione interessante: invece di utilizzare i classici puntini, quando un personaggio viene interrotto Marolla spezza la frase, un’espediente simile a quello della frase troppo grande per essere contenuta nelle nuvole parlanti, come avviene in certe vignette dei Peanuts. L’effetto scenico è notevole, ma rispetto alla soluzione classica paga il prezzo di dover saltare alla riga sotto.

Tirando le fila, se si passa sopra a qualche difetto di stile e ad un paio di buchi narrativi, Il Colosso Addormentato è un ottimo romanzo, dall’atmosfera profonda e stratificata, sicuramente una buona prova per l’horror cosmico, o meglio per una specie di fantascienza “nera” che può contare pochi titoli, e in cui il libro entra di diritto.

Il Colosso, a differenza di altri racconti e altri romanzi, è disponibile a pagamento (a 99 centesimi). Ci si lamenta spesso dei prezzi assurdi degli ebook italiani, e della mancanza di un mercato di narrativa di genere valida in Italia. Contribuire a crearlo può fare la differenza tra la vita e la morte, nei prossimi anni, assieme alla creazione di una critica seria.
Proviamoci.

Il sito dell’autore.

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