Da qualche tempo lo scaldabagno di casa mia fa le bizze, e causa non pochi problemi. Una delle conseguenze di questa incresciosa situazione è che ho preso l’abitudine a lavarmi con l’acqua fredda, una cosa che fino a poche settimane fa mi era sembrata un orrendo tabù.

Invece, la prima volta che ho immerso il corpo sotto l’acqua gelida, ne sono uscito trionfante: d’un colpo erano cadute tutte le stupide paure infantili sul gelo, sullo shock del freddo, sui brividi. Sul non entrare subito, nell’acqua, al mare. La cosa mi ha dato da pensare. Perché quello che è successo a me  può essere utilissimo in narrativa.

Questo perché la risorsa prima della mia testa che si agita sotto il getto freddo è stato il conflitto – ed il conflitto è la matrice di quasi ogni buona storia. In questo caso, lo scontro era tra arrivare in ritardo, perdere lezione, sobbarcarsi una serie di rotture di scatole, e la paura infantile dell’acqua fredda, uniti insieme dalla mancanza di tempo, che è poi la vera matrice della vicenda. La risoluzione, attraverso il confronto con le mie emozioni e con la mia presa di controllo su di esse, rappresenta il lieto fine della vicenda. La struttura di base della cosa incredibilmente efficace, rappresenta perfettamente tutta una serie di trame, di storie, di racconti, di commedie, in cui la matrice risolutiva è data dalla forza del protagonista di superare il proprio passato.

Il conflitto è la matrice prima di quasi tutte le storie. Quando in una narrazione va tutto bene, oppure il conflitto non viene gestito abbastanza bene, non si fa altro che annoiarsi. Se dura per troppo tempo, il libro si chiude.

L’interesse che c’è dietro è dato dall’impossibilità (o dalla difficoltà) di scegliere una terza via rispetto a due alternative incompatibili, come si dice in gergo, between a rock and a hard place. Il personaggio è tormentato, non sa cosa scegliere, nessuna delle due scelte gli permette di vivere in pace, di non provare dolore o di sopravvivere. Pensate al cliché dell’eroe intrappolato sul ciglio del dirupo, che è uno degli esempi più efficaci di conflitto.

E ora?

Ma in questo caso il conflitto è fisico: il personaggio deve solo scegliere come muoversi, deve fare qualcosa, ma la sua scelta non è condizionata da questioni emotive o personali, solo dall’infelice conformazione geografica in cui si trova. Tuttavia, non si può utilizzare un conflitto del genere per più di una scena, per quanto lunga: anche una storia basata sugli inseguimenti, e quindi su vicoli ciechi, scorciatoie, eccetera, se ripetesse l’immagine perderebbe di forza.

Tuttavia, se il conflitto è mentale, possiamo usarlo per un bel po’ di tempo, scrivere un intero racconto, e perché no, un romanzo, basandoci su questo tipo di conflitto, perché esso chiama in causa il passato del protagonista, le sue motivazioni, le sue ambizioni e paure, la sue speranze e le sue capacità di risolvere la situazione in cui si è cacciato, o in cui si trova da tempo. Un alcolista, per poter sposare la donna che ama, per poter trovare un lavoro, per poter cominciare una nuova vita, potrebbe dover liberarsi per sempre dei liquori, un’azione tutt’altro che facile. Un uomo che si trova ad amare “davvero” una donna, potrebbe dover rinunciare alla sua vita da don giovanni (una trama comunissima nei film e romanzi per un pubblico femminile). Un capitano d’industria potrebbe vedersi costretto a scegliere tra gli affetti ed il denaro. Sono tutti esempi assai che si trovano spesso, a ben guardare, ma la cosa interessante è che possono scaturire dai più piccoli gesti.

La lezione dell’acqua fredda è che si può creare un intero romanzo a partire dal più piccolo gesto, se in esso è presente conflitto a sufficienza. Guarda te lo scaldabagno rotto dove ti va a portare…

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