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No, non è un errore, il titolo è vero.
Tutta colpa di questo manuale – mi è venuto in mente di seguire uno dei suoi consigli: mettere un bel panno (nel mio caso, la custodia del lettore di ebook) davanti allo schermo del computer e scrivere senza guardarlo.

Lo so che sembra una cazzata. Ma in realtà, è molto di più di una cazzata; è un suggerimento utile.
Spiego perché.

E fidatevi! Le medicine le ho prese.

Scrivere senza vedere lo schermo sembra un errore: si perde il filo del discorso, non si vedono più le parole (con conseguente creazione di mostri ortografici), ci si dimentica il punto in cui si è arrivati. Tutto verissimo. Ma c’è un vantaggio, un grosso e grasso vantaggio, che si mangia da solo tutti questi pericoli, sorride soddisfatto e ti strizza l’occhio, dicendo “ne valeva la pena, eh?”

Grasso e grosso vantaggio.

Senza poter osservare il lavoro fatto, se ne va l’ansia di controllarlo.
In generale, quando scrivo qualcosa, anche nella prima stesura, nella bozza, che dovrebbe essere un po’ il calderone in cui vengono fuse le idee a cuore libero, con le streghe che attizzano il fuoco e ballano intorno, mi entra subito l’ansia. E quindi mi faccio delle domande.

…Sarà venuto bene?…
…Questa frase va cambiata?…
…E se usassi un congiuntivo?…

…Cos’era il congiuntivo?…

Di solito le streghe se ne vanno alla seconda domanda, il fuoco si spegne e me torno a rivedere la stesura daccapo, senza andare più avanti. Così l’entusiasmo si smorza, le idee svaniscono e a me resta un mucchietto di cenere.

Non mi era mai venuto in mente di coprire lo schermo, è una di quelle eresie che vanno dette, che non possono essere immaginate da soli, un po’ come i quadri di Mondrian ed il burro d’arachidi; comunque ho provato a farlo.
Disperato, eh. Senza aspettarmi nulla. Risultato?

Rullo di tamburi.

Risultato: un’ora di lavoro, 1800 parole.
Nuovo record.

Sono 1800 parole che sembrano più adatte ad un manifesto futurista che alla bozza di un racconto, ma tant’è. Questa è la prima stesura, signora mia, e a me mi importa sega: per la correzione c’è sempre tempo, prima cerchiamo di arrivare in fondo.

Ecco, proprio questa è stata la sensazione che ho avuto: arrivare in fondo. Vedere la luce in fondo al tunnel, liberarsi della paralisi che mi ha bloccato per mesi con la scrittura.

Una gran cosa. E oggi ci riprovo, altre 1800 parole per il racconto sul Vorarlberg.

Ci risentiamo per sapere com’è andata.

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