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Dopo un gazilione di giorni, torniamo alle recensioni di film. Preparate pop corn e bibite.
O, in questo caso, preparate spranghe e pistole. Vi saranno più utili.

The Mist è un film horror del 2007, diretto da Frank Darabont, e tratto dall’omonimo racconto lungo di Stephen King del 1980.

Locandina

Ora, per me il nome “Stephen King” è fonte di un riflesso pavloviano che mi porta a drizzare le orecchie e a sfoderare gli artigli, perché non so mai cosa aspettarmi davvero. Ci sono stati alcuni racconti notevoli, ma il resto della sua produzione che conosco è… mmmeh.
E poi, ricordavo vagamente brutte impressioni per questo film.

Però, c’erano i mostri!
Disse il bambino di cinque anni dentro di me. Sì, ma magari la regia farà schifo e gli attori sembreranno dei pezzi di
I mostri!
Sì, ma magari la fotografia e i dialog
I mostri! Voio vedere i mostri!
E vada per i mostri.
Yeeee!

E così, l’ho visto.

I primi dieci minuti si trascinano a fatica. Inoltre il protagonista parla come se stesse ciancicando un pugno di tabacco, cosa che mi costringe a scaricare i sottotitoli, per capire che parole stia dicendo. Una cosa molto seccante.

Insomma, arriva la nebbia, un gruppo di persone rimane chiuso dentro un supermercato in una cittadina di provincia degli Stati Uniti, e sembra che ci sia qualcosa nella foschia, qualcosa che cerca e fa urlare la gente che vi rimane dentro. Spezzone commovente di madre che è costretta ad uscire per salvare il suo bambino malato bla bla bla. Quest’ultima parte mi ha ricordato una scena tra le prime in Darkness on The edge of Town, tra l’altro… Brian Keene sarà andato al cinema, suppongo.

Non succede niente e un gruppo di personaggi, tra cui l’addetto alla gastronomia che mi è subito simpatico, tale Ollie, e il protagonista (che mi è subito antipatico perché, come temuto, sembra intagliato nel legno) si dirigono sul retro per cercare di riattivare l’impianto elettrico. Alzano la saracinesca. A questo punto ho iniziato a sperare. Se i personaggi fanno qualcosa di così stupido come alzare la fottuta saracinesca mentre fuori c’è qualcosa, quel qualcosa dovrà comparire.
Poco dopo, tentacoli spinosi si mangiano un commesso.
Evvai! Scommessa vinta, ho stappato un fruttino.

Da qui in poi, è l’inizio di un incubo, con una progressiva escalation di mostri all’esterno e mostri all’interno. Forse i più pericolosi, perché una fanatica religiosa inizia a dividere il gruppo del supermercato in due: i suoi seguaci, e gli amici dell’eroe che invece si attaccano alla tolleranza e alla ragione. Insomma, l’America nell’era di Bush, come ha scritto qualche critico… così c’è pure il livello di lettura “adulto” (il fatto che il racconto sia degli anni ’80, e che la scena sia presente anche lì, ovviamente non importa); questi due gruppi finiranno per scontrarsi, portando l’eroe di legno a fuggire nella nebbia. Ci sono un paio di scene memorabili, come il negro che viene divorato dall’interno da ragni mostruosi ed Ollie che prende in mano la situazione, riuscendo a portare i pochi sopravvissuti fuori dal supermercato e su una jeep.

Salve

A questo punto partono dieci minuti memorabili, quelli che prendono il film e lo proiettano oltre la scarsa sufficienza. Quelli che si ricordano.

Finalmente liberi di muoversi, i cinque sopravvissuti (eroe di legno, suo figlio, commessa bonazza, vecchio-inutile e vecchia-combattiva) continuano a girare senza meta, osservando il mondo esterno che è caduto del tutto preda delle creature mostruose. Civili intrappolati nelle tele dei ragni. Autobus sbandati, corpi divorati. Ovunque la nebbia. Nasce un nuovo ecosistema, un nuovo mondo sulle macerie del vecchio.
Quando poi si fermano lungo la strada, ecco che arriva il momento migliore di tutto il film. La macchina trema, e viene superata da un mostro gigantesco, alto quanto un palazzo, che la supera indifferente e lontano dalla cieca ferocia dei suoi parenti minori.
Sembra una specie di dio, un dio insettoide e tentacolato che sancisce la fine del dominio dell’uomo.
Il tutto accompagnato da una musica eterea e malinconica che spezza il cuore.
Un momento meraviglioso.

Il fatto che l’abbiano rovinato, quindi, è ancora più imperdonabile. Il passaggio del dio chelicero, infatti, spinge i cinque sopravvissuti alla soluzione estrema del suicidio. Meglio morto che mangiato. L’eroe di legno spara a tutti senza dire una parola; poi quando arriva il suo turno, inizia a gemere come un gorilla sotto colonscopia. Scopre che i proiettili sono finiti.
Esce dalla macchina.
E, rullo di tamburi.
Arrivano i nostri. I militari. Arrivano sui carri armati e iniziano a bruciare e a distruggere i mostri cattivi. E l’eroe di legno rimane lì a gemere.
Titoli di coda. Io che urlo come un gorilla sotto colonscopia. Ma dalla frustrazione.

Finale del cazzo. Perché l’eroe, dopo avere lottato (oddio, ha fatto tutto Ollie…) viene salvato dai militari. Non è ironia, in questo caso, l’ironia del destino che ti salva l’attimo dopo che hai distrutto tutto per la disperazione. In narrativa non funziona così.
Questa non è ironia, è il regista che ti prende l’orecchio e ti sussurra: non è successo niente, è solo un sogno.
Ma c’è di peggio.
Ricordate la madre con il figlio malato, la pazza, quella che si era gettata tranquilla e beata nelle fauci dei mostri? Ecco, compare tranquilla e beata sui carri dei militari! Ma che cavolo…? Quindi la lezione non è “è solo un sogno” ma “se te ne fossi stato zitto e buono, ti avrebbero salvato”.
L’iniziativa del singolo viene vanificata. Annullata.
Il povero Ollie non è servito a nulla.
Non è una bella lezione. Potrà tranquillizzare il pubblico, ma non è un bel finale.

Ollie. Ci mancherà.

Tiriamo le fila.
The Mist è un film notevole, una delle riproduzioni più fedeli di un’opera di King, sostenuta da alcuni attori che fanno gridar vendetta contro il cielo, ed altri che riescono a dare una buona prova, specialmente la vecchietta combattiva: menzione speciale della giuria per la scena del barattolo tirato in faccia alla fanatica!
Tra le attrici, c’è anche una certa Laurie Holden. Non mi va di esprimere giudizi sulla sua prova, anche perché ha qualcosa che mi fa sangue. Dopo averla vista in Silent Hill mi è partito un riflesso pavloviano anche con lei.
Tra le cose negative abbiamo attori intagliati nel legno, una o due prove insipide, come quella del poliziotto che finisce sbranato, e soprattutto il finale che è distruttivo.

Resta il fatto che, accanto ad una colonna sonora perfetta, eterea, a tratti sublime (il passaggio della jeep nella città deserta è il migliore, veramente stupendo), e perfettamente integrata, abbiamo un design dei mostri che è fatto alla grande (anche quando la CG vacilla, restano credibili e straordinariamente vivi), e che va in un escalation di forme e dimensioni, fino a concludersi nel cosmico.

Da vedere; e i minuti tra 1:38 e 1:50 sono da antologia.

Trovate altre mostruose recensioni qui.

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