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Da qualche tempo, ho annunciato di stare tornando alla scrittura. Invero.
In particolare, ho deciso di togliermi dalla testa un racconto che non mi lascia in pace da due anni, ma di cui non riuscivo a trovare trama, personaggi e tema sufficienti per sviluppare una storia.
Fino ad ora.

 

Sto andando avanti nella stesura in questi ultimi giorni, e ieri sera, in un raptus creativo, ho buttato giù quasi 3000 parole di seguito. Roba grossa.
Ne ho pulito un po’ una parte (tenete conto che è una prima stesura, e da qui alla versione finita ne passerà più che dalla vacca all’hamburger), e ve la propongo come assaggio di questo racconto che sta finalmente vedendo la luce.

Ho già detto, tra l’altro, di essere appassionato di steampunk, la corrente letteraria/culturale che vuole rivivere i fasti del positivismo e della tecnologia a misura d’uomo, quando qualunque idiota con dieci dita ed una grossa chiave inglese poteva costruirsi da sé il proprio automa.
Harr! Quelli erano tempi!

Sono poche le cose che esercitano su di me un simile fascino; forse gli unici candidati sono l’industria pesante bellica nazista e l’archeologia industriale sovietica.
Ma esse mi attraggono per la decadenza che vi si respira; nello steampunk c’è vita.

E ora, cosa accade se incrociamo lo steampunk con la musica, un uomo di chiesa e la mia mente pigra malata?

Otteniamo il racconto che sto scrivendo, Il Vorarlberg.

Buona lettura, e fatemi sapere che ne dite; nel caso, ci sentiamo nel commenti.

***

In basso, molto più in basso del Ponte Primo, dove il Vescovo Sibirio stava nel frattempo abbandonando la giovane Alsazia al suo destino, numerose paratie si stavano aprendo, ed un centinaio di soldati della Guardia Ardeana imbracciavno fucili e baionette, i loro passi sincronizzati sui ponti di ferro come colpi di frusta. Coppie furono interrotte mentre si amavano da decine di uomini che sgusciarono fuori dal nulla, da una porta che non c’era mai stata. Vecchi danarosi con il giornale in mano furono turbati alla vista di giovani in uniforme comparsi all’improvviso sul Ponte Secondo; quando poi ne videro le divise, fermarono le loro letture e rinunciarono ogni tentativo di chiedere spiegazioni. I più saggi si limitarono ad andarsene in cabina, senza pensarci due volte.
Dalle cucine e dalla cambusa, dalla sala macchine e dagli alloggi degli ufficiali, dalla terza, seconda e prima classe, sciami di soldati armati fino ai denti si stavano dirigendo sui ponti intermedi; alcuni imbraccciavano artiglieria leggera Gaslini e molti avevano i temuti fucili Tricerchi.

Chi non si spostava al loro passaggio, troppo lento o troppo ignorante per non rcinoscerne le divise, fu spinto via senza tanti riguardi per ordine, grado o posizione sociale. Nella sua cabina, il capitano Gerace si appuntò orgoglioso le sue mostrine da Ammiraglio della Aeronavale; quando la porta della cabina segreta si spalancò, era arrivato appena alla terza. Dall’uscio venne la figura alta del Vescovo Sibirio, il pastorlae in una mano, le gambe che tentavano di mantenere un passo fermo. Il comandante alzò un sopracciglio.
“Dovreste stare a letto, Eminenza… ”
Il vescovo mosse una mano con fastidio.
“Ho i miei modi per guarirmi, non queste trovate della medicina.” Batté il pastorale sul gesso sotto la veste talare, producendo un rumore sordo. “Ad ogni modo…” Socchiuse gli occhi con soddisfazione. “…lo abbiamo preso, nevvero?”
“Sì, eminenza. Dovrebbe impattare tra pochi…”
Una voce risuonò negli altoparlanti di ottone, risuonando distorta attraverso i tubi:
Impatto imminente! Viene fatto obbligo di reggersi a qualcosa di solido! Se non avete niente cui aggrapparvi, buttatevi a terra! Ripeto, è fatto obblig
Poi l’impatto ci fu davvero.
Una forza d’urto tremenda fece oscillare la Soddisfazione verso sinistra; il castello di ruggine l’aveva attraccata sul fianco destro, piegando le lamiere e facendo gemere il metallo. Uomini rotolarono dai letti; tavoli si svuotarono della roba postavi sopra; vecchietti incimparono e sbatterono la nuca; una coppia innamorata fu sbalzata fuoribordo, mentre si stavano baciando, senza un urlo. Tra le bottiglie che rotolavano e la gente che si rialzava, i soldati cella Guardia Ardeana cercarono dirimanere in equilibrio, tenendo davanti a sé le armi, rivolti verso i condotti e le pareti rugginose del castello fumigante.
Nella canbina di comando, il capitano, ora Ammiraglio, Gerace si stava rimettendo in equilibrio. Di tutti i presenti, solo il Vescovo era rimasto perfettamente immobile. Appoggiato al suo pastorale, sorrise.
“Ha attraccato.” Agitò la mano in un gesto rapace. “Ed ora?”
“Ora… ” l’ammiraglio si voltò verso un ufficiale. “Procedura di cattività!” L’ufficiale annuì, si girò ed afferrò uno dei tubi di ottone, vi spinse dentro un cilindretto grigio e premette un bottone. Il cilindro venne spinto dalla forza del vapore giù, giù, verso il cuore di ferro e fuoco della Soddisfazione, nella caldaia alta tre piani che stava fornendo energia alla nave e teneva sotto controllo le levipietre che la tenevano in aria.
Il capo-macchinista aprì il tubo e riconobbe l’ordine del cilindretto grigio. Urlò “cattività!” e si mise ad osservare i suoi sottoposti, che si diedero da fare tra leve, tiranti e pistoni, sbuffi di vapore e vibrazioni della caldaia. Il capo-macchinista controllò un paio di valvole e si deterse il sudore della fronte.
Per abitudine, diede un’occhiata alle levipietre dietro di sé: una miriade di puntini luminosi, bianco-azzurri, galleggiava dentro una custodia di vetro, che copriva come un secondo soffitto tutta la parete della sala macchine; sembrava di stare all’aperto, sotto il cielo stellato. Minuscole linee di forza partivano dalle levipietre e si dirigevano nei condotti di assorbimento; il capo-macchinista annuì e, con il brivido di chi sa aspettarsi il peggio, sperò che non succedesse nulla capace di danneggiare quei minuscoli puntini luminosi.
Nel frattempo, oltre i tubi e i pistoni della sala macchine, oltre le cabine e su, su fino allo scafo, il ferro e l’acciaio si erano piegati sptto l’azione degli speroni del castello di ruggine, che aveva sfondato la corazza della nave e stava iniziando a fonderla, producendo l’acre odore del ferro sciolto. I soldati sui ponti superiori stavano inziando a tossire, ma i più restavano immobili, in attesa della procedura; la musica d’organo intanto continuava, fuoriuscendo dai mille fumaioli più lenta e bassa ora, come soddisfatta.
Con un gemito di lacerazione, tre ganasce uscirono da ognuno punti in cui gli speroni avevano sfondato lo scafo. Nere come la pece, avvolsero i ponti di ferro che stavano immettendo fuoco liquido nella pancia della nave, per fagocitarla entro di essa; il materiale da cui erano composte si disfece rapido al calore, avvolgendo gli speroni.
Poi, lentamente, tornò ad assumere una forma solida.
E ancora, mentre i soldati iniziavano a respirare nel fumo acre che si andava diradando, a sciogliersi, ma ancora di meno; fu anche più rapida ad indurirsi.
Pochi istanti ancora, ed il calore generato dagli speroni veniva di nuovo disperso, salvaguardando il ferro e l’integrità della nave; ma il castello a vapore non poteva andarsene. Era bloccato dal suo stesso attacco.
Nella sala di comando, il Vescovo Sibirio sorrise, gli occhi piantati nel periscopio.
“L’abbiamo preso.”
Si rialzò, passandosi le dita sui cerchi stampati sul viso.
“Adesso, i cannoni.”

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