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Attorno ai primi anni del ‘900, quando l’attrito tra le potenze coloniali era già in fase avanzata e la corsa alle armi stava iniziando a prendere piede, una parte importantissima delle battaglie si svolgeva via mare, e, in mare, non c’era nave che fosse più temuta della corazzata.

La nave da battaglia, con una spessa corazza ed una potenza di fuoco spaventosa, era la regina dei mari, ed il “pezzo” più importante dello scacchiere acquatico, difesa da incrociatori e cacciatorpedinieri; durante tutta la metà del XIX secolo, aveva visto uno sviluppo senza pari. Ma pochi anni prima del conflitto mondiale, le idee erano entrate in una fase di stallo; fu un italiano, un ingegnere, a proporre un’idea rivoluzionaria, che avrebbe cambiato per sempre il corso della guerra sul mare.

Fino agli inizi del ‘900, le corazzate erano multicalibro: utilizzavano cioè proiettili di misura differente per i propri cannoni (305 mm, 233mm e 150mm) utilizzati per correggere il tiro per poi sparare i colpi più pesanti e distruttivi; ma la disfatta della marina russa nella battaglia di Tsushima, nel 1905, mostrò che negli scontri navali contavano soltanto i cannoni più grandi, perché i colpi minori non riuscivano a perforare le corazze delle navi ed occupavano soltanto peso e spazio.

Un’idea che un ingegnere torinese, Vittorio Cuniberti, aveva iniziato a concepire addirittura nel 1893; accortosi del problema dei calibri, Cuniberti iniziò a lavorare al progetto di un “colosso” del mare, capace di viaggiare a 23 nodi ed equipaggiato soltanto con cannoni potenti, del calibro di 305 millimetri, con un motore a turbina e 15.000 miglia marine di autonomia (circa 27.000 chilometri). La nave fu proposta, ma come Cuniberti aveva affermato, soltanto una marina molto potente e ricca avrebbe potuto pensare di realizzarla.

Vittorio Cuniberti, con i suoi baffoni molto ottocenteschi e lo sguardo furbo.

Il progetto, infatti, non fu portato avanti (anche se alcune delle idee vennero incorporate nelle corazzate Vittorio Emanuele, negli anni successivi); tuttavia, nel 1903 a Cuniberti fu concesso di divulgare i progetto, che apparve in Inghilterra e destò uno scalpore incredibile.
La Marina Inglese era infatti in accesa competizione con quella tedesca, ed aveva bisogno di un colpo di mano, di un’idea, di qualcosa che la portasse di nuovo avanti alle marine rivali (compresa la Russia, il Giappone e, incredibilmente, l’Italia).

Il progetto fu preso in parola, e si accese un dibattito in tutto il mondo per la costruzione di navi monocalibro; la battaglia russo-giapponese del 1905 servì soltanto a dimostrare la giustezza delle idee di Cuniberti. La prima nave ad essere prodotta come corazzata monocalibro du la giapponese Satsuma, nel 1905, ma equipaggiata solo con quattro cannoni, sfruttò l’idea in maniera monca.
Furono gli inglesi a realizzare in ferro e vapore l’invenzione di Cuniberti, nel 1906; in soli undici mesi, misero a varo un colosso dei mari lungo 161 metri. Era necessario un nome appropriato per questa corazzata di nuovo tipo, che avrebbe affondato qualunque altra avversaria dell’epoca.
La chiamarono Dreadnought.

L’Invincibile.

Schema di progetto della Dreadnought, pubblicato sulla stessa rivista dove, tre anni prima, uscirono le rivoluzionarie idee di Cuniberti.

Ed invincibile era, tanto che la costruzione di questa corazzata segna un punto di svolta nella guerra navale: negli anni successivi, la corsa alle armi provocò un gigantismo delle dimensioni e della potenza delle corazzate, al punto che nel 1915 la stessa Dreadnought poteva essere considerata un giocattolino rugginoso; solo nel 1922 fu posto un limite alla grandezza delle navi, limite poi raggiunto dalla corazzata giapponese Yamato (e dalla gemella Musashi) nella seconda guerra mondiale, un mostro lungo 263 metri (un po’ come un palazzo di 80 piani steso per lungo!).

In questa storia delle navi da battaglia, l’Italia, se avesse avuto un po’ più di coraggio, avrebbe potuto giocare un ruolo importante, tanto più che in quegli anni era accesa la competizione con l’Austria per il controllo sul mare.

Resta, per noi un secolo dopo, quando le corazzate sono ormai roba del passato, lo spunto e l’idea per una svolta alla Storia, anche se soltanto inventata: cosa sarebbe successo se l’Italia avesse affrontato la costruzione dell’Invincibile, trovandosi in vantaggio rispetto alle altre potenze nella guerra sui mari?

Chissà, forse un giorno ci scriverò qualcosa…

A proposito, questo post è stato ispirato dalla mia ricerca sulle corazzate e le battaglie navali che svolgo per il racconto del Vorarlberg; a volte, documentarsi porta ad avere più spunti di quanti si possano immaginare!

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