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Nonostante la pausa dell’ultimo… uhm… mezzo mese, di cui parleremo, ho continuato a lavorare; in particolare, ho continuato a scrivere. Ho completato un racconto di ispirazione cyberpunk per un concorso la cui scadenza raggiungerò, verosimilmente, sul filo del rasoio, e devo dire che mi ritengo molto soddisfatto. Il racconto è breve, ironico e con una buona dose di weird, che non guasta mai e sto scoprendo interessarmi sempre di più.

Avevo due idee per questo racconto. Una l’ho scartata, perché preferirò agganciarci un progetto più importante (e perché sarebbe venuto sicuramente troppo lungo); al momento il racconto è dormiente, ma ho conservato l’incipit, che pubblico qui come esercizio. L’incipit è, infatti, la parte, la frase (a volte può essere anche più lungo, ma in questo caso considero solo la prima frase, per ragioni di brevità) più importante del racconto, senza dubbio. Quella che deve invogliare il lettore ad andare avanti, quella che deve risucchiare e non lasciare mai andar via. Quindi ci può essere un buon incipit ed un cattivo incipit.

Cito a mani basse da Le Grandi Storie della Fantascienza, volume 10 (1948).

La nave discese dallo spazio. Calò giù dallo spazio e dalle buie velocità, e dai moti risplendenti e dai golfi silenti dello spazio.

Ray Bradbury, Marte è il Paradiso!; teniamo conto che ci troviamo di fronte ad uno dei racconti migliori di Bradbury (e forse di tutti gli anni ’40), ma l’incipit proprio non funziona. Quello che serve (e che qui manca) è il combustibile delle storie: il conflitto. Non c’è conflitto in una nave che scende dal cielo, oltretutto indisturbata.

Fu, appunto, a quella festa di Cordoban che cominciò ad avare dei dubbi… dei veri dubbi.

John R. Pierce, Pezzo d’Epoca; decisamente meglio: già dalla prima frase abbiamo l’indicazione di un conflitto. Quale sia questo conflitto non ci viene ancora spiegato, ma se andiamo avanti nella lettura, potremmo scoprirlo…

Vecchia era l’isola.

A. E. Van Vogt, Il Dormiente; quello che può sembrare un incipit brutto è in realtà raffinatissimo, perché l’enfasi messa sulla parola “vecchia” deve significare qualcosa, qualcosa d’importante. Cosa sia questo qualcosa viene spiegato alla riga dopo, ma l’incipit resta fantastico.

Nel novembre 1809 un inglese di nome Benjamin Banthurst scomparve, inesplicabilmente e completamente.

H. Beam Piper, Camminò Attorno ai Cavalli; questo incipit è un po’ pesante, ma a suo modo funziona, perché pone l’accento su un conflitto, e che conflitto! I due avverbi rallentano un po’ il ritmo, ma ci si può passare sopra.

Dato che, poi, ho beccato un volumetto senza Sturgeon, cito da quello precedente, relativo al 1947:

Quando Pete Mawser venne a sapere dello spettacolo, distolse lo sguardo dal tabellone dei comunicati al Quartier Generale, si toccò il mento prominente e decise di radersi.

Theodore Sturgeon, Il Tuono e le Rose; questo è un grande, grande incipit. Non soltanto ci viene dato nome, cognome, aspetto generale e occupazione del protagonista (verosimilmente), in modo da avere subito qualcosa su cui fissare l’immaginazione, ma l’indicazione che il protagonista vuole radersi è tanto efficace proprio perché banale. E se viene data tanta enfasi ad una cosa semplice come la rasatura, un motivo ci deve essere. Il motivo è in effetti molto serio, in questo racconto.

C’è anche da considerare una cosa, in generale. I metodi di valutazione degli incipit variano a seconda del genere, del lettore e dell’epoca. “Cantami o diva del pelide Achille“, sebbene sia un incipit che considererei scarso in un racconto odierno, è una delle aperture più famose della storia, il che significa che per chi lo ha scritto funzionava. Le regole cambiano, le cose cambiano: non si possono considerare incipit sbagliati solo perché non si conformano al nostro gusto moderno.
Bene. Ora che vi ho fornito una bella carrellata di esempi, e avete qualche elemento per giudicare, vi sottopongo il mio, di incipit. E sappiatemi dire in che categoria è… buona, mediocre o cattiva…

Ci sentiamo nei commenti.

 

L’uomo dagli occhi di pesce guardò saltare le insegne al neon; una dopo l’altra esplosero in crepitio di scintille e un leggero odore di gas, coperto comunque dal puzzo della strada.

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