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C’era una volta un concorso di composizione cyberpunk.

A causa di alterne vicende (che non sto qui a riassumere perché, diamine, è lunedì, e il lunedì mattina niente storie tristi) mi capita di partecipare; si sarebbe dovuto sapere qualcosa entro il 31 luglio.

La cosa, invece, è caduta nel nulla.
Non una mail, non una risposta, non un cenno.

Sui siti che se ne occupano e che hanno lanciato l’iniziativa, l’ultima news risale a maggio, due mesi prima della scadenza del concorso.

Insomma, io mi sarei anche stufato.

Quindi ho deciso di pubblicarlo, e buonanotte.
Sono contento del risultato (in particolare dell’incipit), e sono ancora più contento di condividerlo con voi.

Se volete parlarmi delle vostre impressioni, ci sentiamo nei commenti.

Certo che, un racconto a inizio settimana. Magari tutti i lunedì iniziassero a questa maniera!

Aggiornamento:  mi ha contattato il gestore del sito (potete leggere la sua risposta nei commenti a questo post) e mi ha detto che il racconto è stato ricevuto e giudicato positivamente – addirittura secondo posto! – e sto aspettando qualche informazione in più per aggiornare le informazioni al riguardo. Sono cose che fanno piacere.

La Cura

L’uomo dagli occhi di pesce entrò nella sala d’attesa a capo chino, facendo attenzione a non inciampare nei cavi sparsi sul pavimento. Nella luce livida del neon la sua pelle sembrava bianca; prese una sedia vuota, che gracchiò sulle lastre di ferro del pavimento, e vi si accomodò, le mani che stringevano il cappello. C’era un odore asettico, da disinfettante, che cercava di coprire quello di olio e bruciato. Non era piacevole.

L’uomo si guardò intorno; impiegò qualche istante per accumulare il coraggio necessario, poi chiese, rivolto a tutti e a nessuno:

“Scusate? Chi è l’ultimo?”

Non ricevette risposta.

Una donna anziana, grassa al punto da sembrare sferica, sollevò un attimo la testa a guardare l’uomo con gli occhi di pesce, poi tornò a mettersi al lavoro; con due lunghi aghi di metallo, stava intrecciando fibre ottiche in quello che sembrava una specie di lavoro a maglia, una forma a treccia che proseguiva dietro la sua schiena. Dopo qualche istante, la donna si allentò una vite sul lato della testa, e l’occhio destro rientrò nell’orbita con un rumore umido, come un tappo estratto dal collo di una bottiglia, e uscì al suo posto un oculare di ferro, che prese a girare producendo un lieve ronzio.

L’uomo dagli occhi di pesce rimase fermo a strusciare le mani una contro l’altra, piccole gocce di sudore che andavano aggregandosi sui lati della fronte, dove non era coperta da una spessa garza scura. Non c’era niente da leggere, ma a poca distanza l’una dall’altra erano presenti sul muro delle prese di connessione di aspetto piuttosto arretrato. Erano anche arrugginite.

L’uomo si chiese se fosse il caso di provare ad allacciarsi, e si accarezzò le prese per spinotti che aveva incarnite lungo il fianco, sentendo sotto le dita il loro bordo metallico; ma quando si sporse per osservare una delle prese di connessione, vide che c’era davvero troppa ruggine attorno, ed anche dei segni nerastri che sembravano bruciature.

Decise di lasciar perdere.

Continuò a fregarsi le mani; ad intervalli irregolari, le passava sopra il bendaggio sulla fronte, avvertendo le rugosità sotto la garza. Nessuno parlava, e nel silenzio inizava a sentirsi a disagio; inoltre l’odore di disinfettante gli stava facendo formicolar le narici. Questa con il dottor Uzumaki era davvero l’ultima possibilità che aveva. Poi… non sapeva che avrebbe fatto.

Si voltò alla sua destra e rimase ad osservare i cavi che protendevano dalle pareti e venivano costretti da delle guide di metallo lungo tutto il muro, producendo dei fasci colorati simili a strani festoni. Da uno o due di quei fasci, i fili emettevano qualche scintilla; forse era quella la fonte dell’odore di bruciato che aleggiava nella stanza; il pensiero non lo aiutò a diminuire l’ansia.

Sulla parete opposta, si aprì una porta di metallo; ne uscì un’infermiera asiatica, vestita di bianco, con una cartella clinica in mano.

“Il signor Ivilyavovic, prego.”

Da una delle sedie si alzò un piccolo uomo anziano, pelato e vestito solo di una tunica a brandelli, da cui uscivano pezzi di cavi e di spine, che strusciarono sul pavimento con un lieve rumore raschiante; quando l’uomo si fermò un istante davanti alla porta, i cavi si agitarono da soli per qualche econdo, ed uno o due si avvolsero attorno alla caviglia dell’infermiera.

Poi, la porta si richiuse con uno scatto.

L’uomo dagli occhi di pesce rimase a stropicciarsi il cappello, dondolandosi avanti e indietro sulla sedia di ferro, che gemette sul pavimento.

Erano rimasti in tre: la donna grassa che stava ancora lavorando a maglia, e un’altra donna, questa giovane e snella, che se ne stava ferma e diritta su una sedia, occupata ad accarezzare una grossa iguana con le dita sottili. Aveva lo sguardo fisso nel vuoto, ma sembrava semplicemente stanca. L’uomo, incuriosito dalla presenza dell’animale, alzò il braccio e le fece una domanda.

“Quella è sua? Non ho mai visto qualcuno con un’iguana.”

La ragazza non rispose, ma l’animale alzò la testa rapido, aprì un occhio giallastro e si voltò verso l’uomo.

“Come si permette? Questo è il mio drone!” rispose stizzito. La sua voce suonava del tutto umana.

L’uomo dagli occhi di pesce lasciò andare il cappello, che scivolò sul pavimento. Aprì leggermente la bocca per scusarsi, ma l’iguana lo precedette.

“Lei è un altro di quelli che si fida delle apparenze.”

L’uomo si chinò per riprendere il cappello, ed agitò le mani in segno di scusa.

“Non immaginavo… non si vede spesso un’iguana da queste parti” l’animale lo interruppe di nuovo, e gli puntò contro una delle zampe. Il drone femmina reagì al movimento grattandogli lenta la nuca.

Androiguana, prego. E comunque la mia è solo una sistemazione temporanea, prima che”

In quel momento ci fu un rumore raschiante che oscurò le parole dell’animale, e poi saltò la luce. Per un attimo la sala rimase immersa nel buio più fitto, quindi, con un lento sfarfallio, le lampade al neon si riaccesero, passando dall’ocra al bianco nell’arco di alcuni secondi. L’uomo dagli occhi di pesce rimase interdetto per un attimo.

L’androiguana invece pichiettò con fare infastidito gli artigli sulla coscia della donna-drone, che continuava ad accarezzargli la testa con fare amorevole.

“Questi cali di tensione.” Si rivolse di nuovo all’uomo, alzando a zampa verso di lui con fare accusatorio. “Dicevo, è temporanea, e non ha molto da fare lo schizzinoso, perché”

La porta si riaprì, l’iguana si voltò verso di essa ancora con la zampa a mezz’aria e la conversazione venne troncata di nuovo; l’infermiera uscì con la sua cartella clinica, e dietro di lei si avviò trotterellando il vecchio di prima. Ora i cavi gli spuntavano dalla testa in una chioma fluente e metallica, del tutto inerte, tranne qualche scintilla occasionale. Guadagnò la porta tutto contento.

L’uomo dagli occhi di pesce ebbe un fremito. Forse era il caso di andarsene; forse il dottor Uzumaki non era stata così una buona idea. Forse…

“Il signor Deichmann, prego.”

L’androiguana gettò un’ultima occhiata stizzita all’uomo, poi diede un colpo di coda al drone, che lo prese amorevolmente tra le braccia e si diresse a piccoli passi verso la porta.

L’uomo con gli occhi di pesce rimase a guardarli scomparire.

Rimase fermo ancora qualche istante, poi si rivolse alla donna grassa, che era l’unica che era sembrata dargli un minimo d’attenzione, prima. Stava continuando il suo lavoro a maglia, riordinando le fibre ottiche. Le sue mani si muovevano rapide e regolari; sembrava una grossa mosca che si sfregava le zampe.

“Scusi…” la donna non sembrò sentirlo. Si sporse un poco dalla sedia, tendendo un braccio. “Scusi… lei… lei è già stata dal dottor Uzumaki?”

La donna alzò un attimo la testa, per poi riabbassarla.

Lui lo interpretò come un assenso. Allungò il corpo un altro po’.

“E… e come si è trovata?”

La donna lo ignorò del tutto, limitandosi a continuare a ondeggiare la testa grassa. L’uomo tornò a sprimacciarsi il capello e a passare le dita sopra la benda sul capo, sconsolato. Dopo qualche istante, entrò nella stanza un tipo alto, vestito con degli occhiali scuri ed un pastrano nero; aveva sotto braccio una delle più grosse unità di connessione che si fossero ami viste in giro, collegata con degli spinotti lungo tutto il corpo, i fili che ondeggiavano ad ogni passo. Prese una sedia con la mano tremante e rimase lì, immobile, a godersi la connessione, con un rivolo di bava che gli colava lentamente dalla bocca.

Dopo qualche istante, entrò un ometto magro, che si avvicinò e prese posto nell’angolo più lontano della stanza. Al posto della testa, aveva una grossa pistola mangiata dalla ruggine. Rimase a tenersi la canna con le mani con fare sconsolato, senza dire una parola.

L’uomo con gli occhi di pesce sospirò. Diede un’altra occhiata per vedere se poteva porvare a connettersi, per ovviare almeno temporaneamente all’ansia, ma tutte le prese erano consunte o arrugginite come quella che aveva visto prima.

Si risolse ad una lunga attesa; che però non vi fu, perché poco dopo la porta si riaprì, e ne uscì la donna-drone, che si complimentò con l’infermiera stringendole la mano più volte, e infine abbracciandola.

“Oh, grazie, grazie davvero! Mi stava facendo impazzire! Ringrazi anche il dottor Uzumaki!”

L’infermiera sembrava un po’ imbarazzata da tanto affetto.

“Certo, certo. Ah, è sicura di non voler tenere la pelle?”

La donna ritirò il corpo e portò una mano davanti alla bocca, coprendo una risata.

“Ma no! Si figuri!” Poi si inchinò, e, agitando la mano in segno di saluto, infilò rapida la porta.

L’uomo dagli occhi di pesce si accorse che gli tremavano le mani. Dove diavolo era finita l’ig… l’androiguana, il signor Deichmann? Si passò le mani sulla fronte, una, due, tre volte. Quando le tirò via, erano umide.

Forse era meglio andarsene; fece per mettersi il cappello sulla testa, quando l’infermiera chiamò ancora.

“Signor… ” avvicinò gli occhi alla cartella. “…signor Flancnche… Plcuncke… non si legge…”

L’uomo dagli occhi di pesce esitò un attimo, poi alzò una mano.

“Sono io” esitò ancora. “… ma non doveva toccare prima alla signor”

“Io qui ho il suo nome.” lo zittì la donna. ” Venga, venga” l’infermiera fece un cenno deciso verso la porta.

L’uomo ritirò la mano, si alzò, accostando la sedia dove l’aveva trovata, ed entrò con l’infermiera nello studio del dottor Uzumaki, tenendo il cappello tra le dita.

Lo studio sembrava una replica della stanza, con le pareti in metallo, ricoperte di cavi e tubi; le lampade al neon erano più frequenti, però, e c’era un lieve rumore ritmico, come il battito di un cuore. Il dottore, un secco uomo asiatico con una grossa macchia sulla fronte, era seduto dietro una scrivania; accanto a lui, l’infermiera stava gettando qualcosa di verde in un cestino. Fece un rumore umido.

L’uomo dagli occhi di pesce guardò il dottor Uzumaki, che era occupato a giocare con un affarino di metallo che continuava a cambiare forma. Sul camice bianco c’erano delle macchie d’olio.

Come il dottore si accorse del nuovo venuto, mise via l’oggetto e sfoderò un sorriso.

“Salve, salve. Cosa abbiamo qui? Mi comandi!”

L’uomo dagli occhi di pesce si sedette sulla poltrona accanto alla scrivania, che sembrava quasi una sedia da dentista o da chirughingegnere, ma stava diritta, non obliqua; posato il cappello sulle ginocchia, si stropicciò le mani. Poi, lentamente, sollevò una parte delle bende che gli coprivano la fronte.

“Questo. Ce l’ho da qualche giorno.” Mostrò la pelle sottostante, attraversata da righe metalliche intersecate, che formavano un arabesco geometrico di difficile definizione. “Mi hanno detto che è un caso di… circuitostampa progressiva. Molto raro.”

Il dottore si chinò sulla scrivania e, sporgendosi verso di lui, sollevò un altro poco le bende, con aria professionale. Sfiorò la pelle malata.

“Seccante, eh? Prova dolore?”

“No.”

Il dottore si alzò, spingendo la sedia di lato.

“Mi hanno detto che è pericolosa” continuò l’uomo dagli occhi di pesce “ma la corporazione non mi permette le cure e…”

Il dottor Uzumaki sfoderò un altro sorriso. L’uomo notò che la geometria della sua faccia sembrava stranamente geometrica, con i tratti che ricordavano una spirale, tra le sopracciglia, la bocca e la punta del naso.

“Ma senza dubbio. Lei è venuto nel posto giusto. Infermiera, le bende.”

L’infermiera si avvicinò e tolse le bende dalla fronte dell’uomo, mostrando la testa liscia, alla pelle biancastra, ed i piccoli attacchi metallici per le prese dirette, sul lato dell’occipite; il tocco della donna fece rabbrividire il paziente.

“Ora” continuò il dottore, avvicinandosi “le cure convenzionali costano troppo, ha ragione. Ma io ho sviluppato un sistema che, nnghh…” protese un braccio fino a prendere qualcosa dal soffitto, ingombro di apparecchiature; ne trasse una specie di maschera con dei bocchettoni sul retro, attaccata con dei fili all’impianto elettrico. “che, dicevo, permette di risalire al suo codice sorgente… roba nuova, roba nuova. Vedrà, vedrà.”

Il dottore si avvicinò, posando la maschera sul viso dell’uomo dagli occhi di pesce. Ci fu un lieve scatto metallico e un rumore umidiccio, come di un coltello che tagli la carne cruda.

Il paziente ebbe un fremito, poi i muscoli si rilassarono e si abbandonò sulla sedia. Il cappello gli scivolò dalle gambe.

Il dottore si fece infilare dall’infermiera un paio di guanti con i polpastretti a forma di spinotto, quindi li inserì tra la maschera ed il collo, e cominciò a tirare, allungando la carne dell’uomo come se stesse stendendo la pasta per un dolce, con un rumore simile a un palloncino che si gonfia. La materia della testa divenne mano a mano sempre più traslucida, poi, sotto l’esperto tocco del medico, trasparente, ed infine, quando il dottor Uzumaki ebbe allungato la testa fino a circa un metro, iniziò a fluttuare. Il dottore diede un’altra tirata, e la testa si accese dall’interno. Era composta da un’infinità di numeri, simboli e screziature di luce biancastra, che il medico continuò a stendere. Quando la testa dell’uomo con gli occhi di pesce fu più larga del suo corpo, deformata in maniera che il naso era finito sopra gli occhi e la bocca era stata relegata in un qualche angolo remoto, il dottor Uzumaki inserì bene le dita dentro la materia fluttuante, attento a toccare solo ciò che andava toccato. Trovò subito la malattia, una serie di grinze e nodi scuri; iniziò a scioglierli con le dita, e intanto borbottava:

“Vede, carissimo, questo sistema consente di giungere fino alla matrice del problema, e di scomporla in una serie di dati elettronici, che quindi possono essere trattati con massima cura e attenzio”

Ci fu uno sfrigolio; la luce sparì.

Il dottore fermò le mani; superato il primo attimo di stranimento, attese con pazienza che i generatori combattessero il calo di tensione. Formò un sorriso al buio.

“Seccante, non è vero? Massima cura e attenzione, dicevo, e nessun pericolo, perché la carne viene scomposta in impulsi elettrici che a loro volta…”

La luce si riaccese.

Il dottore rimase interdetto. Le sue mani stringevano l’aria.

L’uomo sulla sedia era fermo, calmissimo; dove c’era il collo, usciva un mozzicone di carne, da cui si vedevano protendersi le vertebre del collo e qualche pezzo di scatola cranica. La carne sembrava bruciata.

Il dottore si passò l’indice sotto il mento, rimuginando.

“Non avevo messo le batterie, eh?”

Uzumaki si strinse il mento tra le dita; si allungò a stendere la maschera, che era tornata a pendere dal soffitto, e aprì uno scomparto a lato. Era vuoto. Rimise l’apparecchiatura a posto.

“Seccante. Infermiera, disponga del corpo. Io…” il dottore un sorpreso da un pensiero. Rimase un attimo con le mani a mezz’aria mentre si sfilava i guanti; se li tolse in fretta ed uscì dalla porta nella sala d’attesa.

L’attraversò rapido, ed emerse davanti alla signora della reception, occupata con gli occhiali da ipervista. Il dottore la toccò sulla spalla, e la donna ebbe un sobbalzo; togliendosi le lenti, si girò verso il dottore.

“Sì?”

“Signorina, l’uomo che è venuto prima, quello con… con… ” si cerchiò gli occhi con le dita.

“Quello con il nome impossibile? In effetti non sono sicuro di averlo scritto giusto”

“No, no” Il dottore fece un gesto di diniego con le dita. “Volevo sapere se aveva pagato.”

La donna annuì.

“In contanti.”

Sollevato, il dottor Uzumaki salutò la segretaria e fece ritorno nella sala d’attesa.

Mostrò il suo sorriso migliore, ed indicò la porta col palmo della mano.

“Il prossimo!”

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