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Breve storia della fine del mondo prossima ventura, spiegata a chi non ha tempo.
Per capire quanto ci resta e se possiamo fare qualcosa.

C’era una volta la classe operaia.

A partire dalla metà dell’Ottocento, lo sviluppo dell’industria in alcuni paesi (Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, USA) avevano comportato lo spostamento massiccio di milioni di persone dal settore dell’agricoltura a quello dell’industria, soprattutto manifatturiera – un tale sommovimento di persone ha provocato, negli anni, la nascita di lotte sociali e civili il cui effetto è stato quello di migliorare le condizioni di lavoro assieme alla produttività, e quindi alla ricchezza.
All’incirca tra gli anni sessanta ed ottanta del secolo scorso, queste continue lotte avevano portato un livello di benessere e di sicurezze, soprattutto in Europa, come mai si era visto prima.

Nè poi.
Proprio in quegli anni ’80, infatti, si è iniziato un processo di separazione tra capacità produttiva e ricchezza, tra distribuzione del reddito e possibilità di sviluppo, tra esistenza dei diritti e competitività delle aziende.

Ok, Shaggley. Ma in parole povere?

In parole povere, il fulcro della ricchezza di un Paese si è spostato dai suoi cittadini alle sue aziende, grazie ad una serie di leggi e di privatizzazioni (ad aprire la strada in tal senso sono stati Reagan e la Thatcher proprio in quegli anni) che hanno permesso agli imprenditori di liberarsi del valore sociale delle loro azioni, quali diritti, sicurezza, pensioni, prevenzione.

Non sembra una buona cosa.

Oh, per gli imprenditori lo è, perché consente di diminuire il costo del lavoro e quindi aumentare le vendite in un mondo in cui ormai si possono trasportare le aziende da una parte all’altra del globo proprio per sfuggire ai diritti (e ai costi aggiuntivi) dei Paesi più avanzati. In questo modo, l’Occidente deve diminuire i suoi diritti per mantenersi le aziende in casa e poterle tassare, ovvero ridistribuire la ricchezza. Alla fine è il meccanismo che è avvenuto in questi anni con la Fiat: riduzione dei diritti, spostamento delle aziende, uscita da Confindustria.

Datemi il cinque!

Aspetta. Io sapevo che sarebbero dovuti essere gli altri Paesi ad adeguarsi ed aumentare i diritti.

Un pio desiderio. Sarebbe forse stata una realtà se il blocco comunista non si fosse sgretolato e dalle nostre parti non avessimo iniziato a bruciare diritti e stato sociale come carbonella ai primi scricchiolii. In realtà, la semplice applicazione del capitalismo non produce automaticamente diritti per tutti. Qualcuno ha mai sentito parlare della Cina?

Oh, capisco. E questo cosa c’entra con la crisi?

C’entra, perché con la separazione tra lavoro e ricchezza il ruolo centrale nell’economia è stato preso dalla speculazione e non dalle persone.

Fermo. Speculazione… cos’è esattamente?

Molto semplice: è una scommessa sul valore di un titolo bancario o azionario in un dato momento del futuro; questo avviene normalmente in finanza, ma la speculazione è una scommessa ad alto rischio, il che consente di aumentare i profitti con una spesa minima, rompendo la relazione tra ricchezza e lavoro. Non per niente di è sentito parlare molto di “economia reale”, no?
Ecco, l’economia reale è quella che dipende dal lavoro; il resto, è speculazione.

Capito. E come mai è così pericolosa?

Perché non appena si è insediato, nel 2000, George W. Bush ha promosso un pacchetto di regolazioni che hanno sciolto ancora di più il controllo dello Stato (e quindi della politica) sull’andamento dei mercati, consentendo alla speculazione di crescere, e alle decisioni di poche persone di influenzare la vita di miliardi.
E questo non in base ad un rapporto di causa effetto, come avviene nella democrazia, ma ad una serie di scommesse su dati che potrebbero benissimo essere errati. Il che consnte produzione di ricchezza dal nulla. In genere, il rapporto tra ricchezza reale e speculativa è tra uno a cinque ed uno a sette.
Il che significa che negli ultimi trent’anni ci siamo arricchiti sei volte più velocemente di quanto avremmo potuto.

Non sembra una brutta cosa, però.

Forse non lo è. Il punto è che questa ricchezza è estremamente instabile, perché dipende da fattori aleatori – casuali. Per cui il minimo problema può provocare effetti disastrosi e cancellarne una gran parte, o forse tutta; un paragone?
Stanno giocando a poker con il nostro pianeta: ogni giocatore è bendato, è in una stanza diversa dagli altri, deve tirare un dado prima di ricevere carte, il mazziere è schizofrenico e, come se non bastasse, il mazzo è truccato.

Ora mi sto incazzando.

Benissimo, si vede che riesco a spiegarmi.
Tirando le fila, questo meccanismo ha spiegato otto anni di crescita pazzesca in America, che è crollata nell’autunno 2008, quando con la crisi dei mutui subprime il meccanismo si è inceppato.
Migliaia di americani non hanno potuto pagare le rate sui loro debiti e le banche che avevano quei crediti sono entrate in crisi di liquidità; non potendo assicurare di cadere sul morbido ai propri investitori (chi è che specula sapendo di perdere?), sono fallite.
Ora, quando fallisce una banca, pazienza. Quando ne falliscono due, tre, quattro, ad effetto domino, la cosa si riverbera proprio su quella economia reale da cui non dipende per ottenere ricchezza, ma da cui deve essere salvata se le cose vanno male.
E per salvare una banca c’è bisogno di denaro pubblico; soldi prodotti, insomma, dal
lavoro.

In banca: "Vorrei chiedervi un prestito". "Buffo, stavo per fare la stessa cosa."


Stai dicendo che l’economia reale è vampirizzata dalla speculazione, ma è anche l’unica cosa che la può salvare?

Esattamente.
Il meccanismo è particolarmente perverso, proprio perché se falliscono le banche/aziende falliscono i risparmiatori (la stessa cosa è successa, in piccolo, con il crac Parmalat e Cirio qualche anno fa, ricordate?): non hanno più soldi.

Quindi noi paghiamo la speculazione con il nostro lavoro e le nostre tasse!

Oh, e non hai ancora sentito la parte migliore.
Se le banche falliscono, non sono più in grado di restituire il denaro: il che porta i risparmiatori a ritirare i soldi, il che provoca ulteriore crisi di liquidità, e quindi presto non ci sono più soldi per nessuno.
Crac.
Precisamente quello che è successo nel 1929.

A spasso.

E perché non siamo a quel livello, ora?

Perché in quasi un secolo l’economia è talmente cresciuta e si è tanto intrecciata che se un Paese fallisce gli altri lo possono, e devono salvare, per non finire come lui. Questo sistema lo vediamo ogni giorno con i titoli di Stato della Grecia e dell’Italia che preoccupano così tanto.
Al momento siamo ancora in grado di far fronte alla crisi delle banche perché il denaro-fantasma della speculazione è talmente tanto da non essere riuscito ancora ad intaccare del tutto l’economia reale. Un po’ come una carie che deve scavare ancora un po’ per provocare dolore.
Il punto è che per salvare le banche serve denaro pubblico, prodotto dai cittadini; impiegando questo denaro per le banche, il debito pubblico aumenta.

Ma il debito pubblico cos’è alla fine?

La differenza tra le entrate e le uscite di uno Stato. L’Italia incamera tot da tasse, balzelli, bot e rendimenti, e spende tot per amministrazione e gestione dello Stato.

E quindi?

E quindi, aumentando il debito pubblico la ricchezza reale di uno Stato diminuisce, il che provoca un suo indebolimento della capacità di far fronte alla crisi. Il che provoca ancora più crisi, in una spirale che non lascia scampo.
A meno che non si riesca a produrre ricchezza reale, d’un colpo.

E come si fa?

Nel breve termine, con la cessione del patrimonio pubblico e privatizzazioni; sono parte delle misure richieste dall’Europa in queste settimane. In brevissimo tempo si possono produrre grandi quantità di ricchezza (diversi miliardi di euro) che servono subito per fornire ossigeno.

Aspetta un attimo, però. Se si fa così, nel lungo termine il lavoro e il sociale avranno ancora meno peso nella produzione di ricchezza, e quindi anche se si torna a galla, saremo daccapo.

Non è ironico?
I metodi usati per combattere la crisi ne provocheranno la nascita di un’altra, più grave, in futuro.
Queste “soluzioni” sono iniezioni di morfina ad un malato di cancro.
Il malato è il sistema di produzione come è stato modificato negli ultimi trent’anni.
Il problema non è che non ci sono soldi. Non c’è mai stata tanta ricchezza come in questo momento; il problema è la distribuzione di questa ricchezza, e su questo si dovrebbe lavorare.

Le "soluzioni" alla crisi economica non provocano che un circolo vizioso.

Capisco. Sudo freddo, ma capisco. E il ruolo dell’Italia in tutto questo?

L’Italia è centrale nell’attuale crisi economica. Il nostro debito pubblico è mostruoso (1900 miliardi), talmente mostruoso da non poter essere contenuto dagli altri Paesi come è successo con la Grecia. Se falliamo, gli altri Paesi falliscono con noi: li tiriamo giù uno ad uno.

Ma perché dovremmo fallire?

Per una questione di insolvenza. Lo spread (la differenza ad un dato tempo tra il rendimento dei nostri titoli e quelli di un Paese di riferimento, in questo caso la Germania) aumenta quando la fiducia negli investimenti di un Paese diminuisce, constringendolo a pagare più soldi per spingere ad investire qui. Oltre un certo limite, nessun investimento è più vantaggioso, non arriva più denaro, e non possiamo pagare il debito pubblico.
Non pagando il debito pubblico, i nostri buoni del tesoro (azioni sul patrimonio dello Stato) perdono ogni valore, e le banche europee che li posseggono non hanno più quei soldi.
A loro volta non possono pagare gli investimenti: crisi di liquidità, con fallimento anche per loro, in un effetto domino che coinvolgerà tutta l’Europa.
E se l’Europa fallisce, falliranno anche gli Stati Uniti – e con loro la Cina.

Inizio a sentirmi male.

Sì, ci siamo costruiti proprio un bel casino intorno, vero?

Ma perché il nostro debito pubblico è così alto? Cos’ha pagato lo Stato per vedersi ridurre sul lastrico?

Molto semplice: la corruzione che ha dilagato negli ultimi quarant’anni.
Una quarantina di anni fa, il nostro debito pubblico era attorno al 60-70% del Pil, una cifra normale e salutare, per carità.
Poi, però, la classe dirigente ha iniziato a far pagare le proprie mazzette e tangenti (soprattutto nell’edilizia) aumentando i costi delle opere pubbliche in Italia; è il motivo per cui le costruzioni non finiscono mai, i cantieri sono aperti e vuoti, e i palazzi sono costruiti a metà.
Perché nell’edilizia (principalmente, ma non solo) vengono fatti ricaricare i costi della corruzione, che al momento ammonta a più di sessanta miliardi l’anno – e dai e dai, siamo arrivati all’attuale 120% del Pil.
In poche parole, i privilegi e gli sprechi, la corruzione e i favori ci hanno saturato ben prima che arrivasse la crisi.
A questo va aggiunto il fatto che non possiamo più usare l’uscita di sicurezza dei decenni passati, la svalutazione della moneta, che sposta in futuro i danni del debito pubblico – il motivo per cui la nostra inflazione ha galoppato dagli ottanta – perché ormai le nostre monete sono intrecciate.

"Ah, ah ah! Non c'è bisogno che mi ringraziate!"


Traendo le somme, Shaggley, che devo trovare due metri di corda e uno sgabello?

L’Italia è il jolly nella situazione economica internazionale. Se falliamo noi, fallisce tutta l’Europa.
Se non falliamo, la situazione porterà tagli alla spesa pubblica, al welfare e ai diritti, che in pochi anni riprodurranno le stesse condizioni, in maniera ancora più grave. Non so se allora ce la potremo fare.

Allora siamo spacciati e io posso iniziare a fare il nodo?

No.
In qualunque situazione, anche quella in cui siamo, farsi prendere dal panico è la cosa peggiore che possiamo fare.
Ora come ora, dobbiamo vedere cosa deciderà il nostro (morente) governo per affrontare le crisi e ricapitalizzare le banche, oltre a riportare lo spread a livelli decenti.
Il vantaggio è che a nessuno interessa che falliamo – è il motivo per cui ci sopportano.

E allora cosa si può fare…? Tu cosa vorresti fare?

Io direi di fare per prima cosa una legge elettorale che restituisca al popolo italiano la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, una legge che blocchi il conflitto d’interessi ed una che attui misure draconiane contro evasione fiscale e corruzione.
Segue una patrimoniale per tutti gli italiani con redditi sopra i 100.000 euro – ma deve essere una sorpresa.
Questo entro gennaio; sempre entro gennaio, primarie aperte a tutti nel centrosinistra e nel centrodestra, con candidati che presentano programmi propri.
Poi, elezioni anticipate, aperte alle liste civiche, e lavorare su ripristino del rapporto tra lavoro e ricchezza, sanità, istruzione e giustizia, abbassare le tasse, ridistribuire la ricchezza.

E io cosa posso fare? Dammi cinque cose che posso fare subito per aiutare a salvare il mio Paese – e la ghirba.

Va bene. Per prima cosa metti via quel cappio. Non serve a nulla.

  1. Pagare le tasse.
    Siamo adulti, no? Vanno pagate, sennò istruzione, giustizia e sanità non sono diritti, sono furti. Pensare al proprio tornaconto pensando che lo facciano tutti è la situazione che ci ha portato in questo casino.
  2. Informarsi.
    Non tramite la televisione. Anzi, se possibile, spegnetela del tutto. Informatevi su Internet – dai siti che volete, ma fatelo lì. Al limite, leggete i giornali. Se potete permettervi tre copie al giorno.
    Dopotutto, questo articolo è il frutto di un po’ di informazione su internet, un po’ di memoria, e qualche riflessione in famiglia.
  3. Parlare.
    La discussione è essenziale. Parlate di queste cose, dei rischi della crisi, del fatto che la usano per togliere diritti, di possibili situazioni. Aprite un blog.
    Uniamoci a coorte, perdio.
  4. Non farsi prendere dal panico.
    Non siamo nella situazione di fallire, e se anche fallissimo non sarebbe la fine del mondo. Utilizziamo la crisi come occasione per riflettere su come vogliamo far andare il nostro mondo. Allarghiamo la discussione, facciamo partecipare: non abbiamo bisogno di meno politica,
    ma di più politica.
    Imparate la Marsigliese e cantatela una volta al giorno, ogni mattina.
    Il problema non è economico, politico o sociale.
    Il problema è culturale.
  5. Ricordare la regola per sopravvivere numero uno: le cose cambiano.
    Vanno fatte cambiare: siamo costretti da trent’anni in un sistema economico che soffoca il lavoro e la vita delle persone in un circolo vizioso e distruttivo. Possiamo cambiare questa situazione solo attraverso la partecipazione (la politica) e l’uso attivo della cittadinanza. Vediamo le cose in prospettiva e confrontiamoci con sistemi diversi, idee diverse. Il socialismo non è da buttare del tutto via, sapete.

Infine, continuate a seguire Regola per Sopravvivere.


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