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Antartide. Un gruppo di studiosi norvegesi sta effettuando ricerche quando, durante una ricognizione, il loro furgone viene inghiottito da una spaccatura nel ghiaccio; attraverso la poca luce filtrante, scoprono di trovarsi di fronte ad un’enorme nave spaziale, imprigionata nel pack da chissà quanto tempo.
E quando riescono a trovare l’unico sopravvissuto della nave… iniziano ad accadere orribili Cose…

Fare un sequel/prequel di The Thing era semplice. Farne uno decente era difficilissimo.

Il film del 1982 era qualcosa di incredibile, sicuramente il capolavoro di Carpenter, sfruttava paranoia e isolamento per generare un tipo di tensione, di perturbamento, che forse soltanto Alien è riuscito ad eguagliare nei film di fantascienza di quella generazione.

Senza contare che molte delle soluzioni narrative erano già state utilizzate, ed il rischio più grosso era di fare una scopiazzatura della trama originale, senza riuscire ad ottenere più che qualche sbadiglio isolato.

In aiuto degli sceneggiatori poteva venire la tecnologia e le immagini computerizzate, ma senza una buona dose di fantasia, anch’esse si sarebbero rivelate inutili.

Fortunatamente, la fantasia – e la voglia di lavorare – ci sono state.
Per cominciare, si sono utilizzati tanti piccoli dettagli del film originale (come l’accetta conficcata nel muro del campo norvegese) per costruire alcune sequenze memorabili, e per intrecciare il finale di un film all’inizio dell’altro.

Alcune soluzioni narrative, poi, sono state davvero intelligenti: come la scena del “test” per distinguere gli scienziati “cosati” da quelli veri, che sfrutta una delle debolezze della creatura, ed è riuscita a ricordare quella del film originale senza ricopiarla.

Interessante anche il finale, dove ci vengono mostrati scampoli dell’interno dell’astronave.

Le prove degli attori sono in media buone, e spicca il ruolo della protagonista Kate assegnato a Mary Elizabeth Winstead, che da “scream queen” a paleontologa esperta e controllata riesce a fare un bel salto artistico, risultando assai credibile, e piacevole.

La credibile, e piacevole, Mary Elizabeth Winstead.

Le musiche, oltretutto, sono affidate ad un italiano anche questa volta: Marco Beltrami, che comunque non riesce a raggiungere i picchi del film precedente – il tema di Humanity I e II è scolpito nella memoria di chiunque guardi il film – anche se si prova funzionale e godibile.

Anche se il film, alla fine, non risulta essere all’altezza del precedente (sciocco pensarlo possibile, in realtà), riesce comunque a regalare un bel po’ di azione, tensione e oscuro divertimento.

Da vedere e da confrontare.

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