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C’era una volta una serie di storie su Topolino che aspettavo sempre con ansia: I Mercoledì di Pippo.

Pippo, armato di macchina da scrivere, costringeva Topolino ad ascoltarlo mentre narrava storie improbabili e bizzarre, animate d una logica tutta loro – più volte, la narrazione coinvolgeva anche  un nutrito pubblico, che sosteneva la versione di Pippo contro quella di Topolino.

Era uno degli esperimenti più riusciti dei primi anni ’90, un periodo d’oro per la DIsney italiana – di lì a poco, infatti, sarebbe cominciata la prima, gloriosa, serie di Pikappa.

Quindi, perché no?
Il mercoledì, ogni tanto, un raccontino.

Qui c’è il primo, nato come breve narrazione del background di un personaggio.
Buona lettura, e speriamo di vederci presto.
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Dopo la dodicesima vittoria consecutiva a Rumo, sapevo che mi avrebbero ucciso.
O quantomeno provato.

Scorrendo le carte ruvide tra le mani, lanciai un’occhiata al mucchio di gettoni dorati che mi si era accumulato davanti, sul tavolo di legno; risplendevano parecchio anche nella luce fioca e nel fumo che avvolgeva la sala da gioco.

Sorrisi ai miei compagni di azzardo, aspettandomi una reazione qualunque, che tuttavia non venne – esperti giocatori, pensai. Anni e anni passati a pensare a come evitare di lasciare dei segni per l’avversario da leggere, a sviluppare trucchetti per passarsi messaggi, affinare le tecniche da baro quasi alla perfezione.

Quanta energia sprecata, di fronte a chi sa leggerti la mente.

Per esempio, il tipo davanti a me, con la barba ben tagliata e il vestito cucito addosso dal sarto ducale, del quale è tra l’altro molto fiero, si è appena complimentato con sé stesso per essere stato capace di inviare il segnale al valletto di “portarmi in ufficio”.

Feci per raccogliere i gettoni, ma il valletto, ormai giunto accanto a me, mi toccò lievemente l’avambraccio, facendo un cenno di diniego con la testa.

“Perdonatemi, Don Aquacheta – la vostra vincita e tanto consistente da richiedere la vostra presenza nell’ufficio.”

Sfoggiai il mio sorriso migliore, sviluppato in anni di addestramento, e con un lieve cenno del capo, salutati i miei compagni, mi avviai dietro al valletto, dopo avere comunque raccolto i gettoni nella borsa.

Utilizzai i minuti seguenti, spesi a passare attraverso il muro di fumo prodotto dalle pipe e dai bracieri d’incenso della sala da gioco, per sondare la mente del mio anfitrione.
Un giovane valletto, seccato dal dover portare in ufficio un altro comune baro.
Il lavoro non lo entusiasmava.
Dodici anni di addestramento nell’esercito, assassino abile senza usare le armi.
Inoltre, sì, le gambe della signora al tavolo diciotto erano notevoli.

Il mio amico mi condusse in un’angusta porta seminascosta da un arco, ed entrai in una stanza semicircolare, senza finestre.
In compenso, con un bel tavolo, robusto – e due giovanotti, robusti anch’essi.
I loro pensieri non promettevano nulla di buono.

Sfoggiai il mio miglior sorriso, di nuovo, e allargai le braccia.

Il primo attacco verrà da destra.

“Strano posto per un cambio di denaro.”, dissi, facendo attenzione a mantenere lo sguardo sull’omaccione di sinistra, così da dare l’impressione di essere scoperto sull’altro fianco.

“Poche storie, Don Aquacheta. Non è una buona idea barare nella sala da gioco di Don Ferrante. Altri l’hanno imparato a proprie spese…”

Sentii il rumore di una sbarra di legno alle mie spalle sigillare il portone.
Unica uscita, niente finestre, una sola fonte di luce.
Tre contro uno, nessuna possibilità di essere udito da fuori.
Perfetto.

“… voi, se ammetterete come e quando avete barato, ve la caverete con poco.”

Il mio sorriso rimase fisso. La sorpresa negli occhi del valletto, che si era scambiato di posto con l’omaccione a destra – come da piano, del resto – la diceva lunga sul fatto che…
Sì, appunto. O ero un idiota, o ero pazzo.
Non proprio, caro valletto, non proprio.

“Barato?” Chiesi con una risata. “E come? A Rumo è impossibile barare.”

Il valletto fece un leggero movimento con il polso, portando casualmente le braccia in linea – quindi preparandosi ad un colpo verso il mio povero sterno.
Io spostai le braccia dietro la schiena, preparandomi. Dentro un paio di costosi – ahimè – guanti di ottimo cuoio, le mie mani stavano subendo una curiosa mutazione.

“Fino a stasera, a quanto pare. Diteci la verità e non vi sarà fatto alcun male.”

A parte, caro il mio valletto, le due dita superiori delle mia mano rotte, vero?
Beh, vedremo.

“Non capisco di cosa parliate.”

Il valletto fece un cenno impercettibile. Ma il comando nella sua mente è chiaro.

“Allora ve lo spiegheremo noi.”

Il primo attacco venne da destra.
Impattò contro la pelle del mio avambraccio – il colpo era abbastanza forte da spezzarmi almeno un osso. Se solo la mia carne fosse stata tenera quanto gli umani con cui questi due erano abituati a ad avere a che fare.

Sfruttai la sorpresa del mio amico per lanciare una delle mie mani verso la sua faccia. Dal mio povero, costoso, guanto uscivano ora tre pollici di osso ricurvo, artigli capaci di tagliare con facilità la carne di un cavallo.
O – ancora più facilmente, a giudicare dalla scarsa resistenza che offrì – la pelle del viso di un buttafuori.

L’uomo urlò un suono gorgogliante e si gettò a terra, coprendosi la faccia vermiglia con le mani, dimentico del suo ruolo.

Peccato che il suo compare, dietro di me, fosse fuori dal raggio di individuazione dei pensieri, perché quando mi afferrò alle spalle mi prese del tutto di sorpresa. Il valletto si avvicinò ringhiando, alzando il pugno destro, diretto verso la mia testa.

Beh avevo anche io una sorpresa per loro.

Un movimento, un guizzo di carne, un rumore umido, e, con un delizioso impatto, la mano del valletto si ritrovò impalata su un corno d’avorio, lordato dal suo sangue, scuro nella scarsa luce.
Urlando, la ritrasse dal corno con un rumore di risucchio, e fece due passi indietro, tenendosi la tremante mano ferita con l’altra.

L’uomo dietro di me strinse la presa sul collo, cercando di soffocarmi.
Uhm. Questo sarebbe potuto essere un problema, se non…

Con un guizzo, l’uomo perse la presa sulla mia forma improvvisamente ridotta; riavutosi dallo stupore, cercò di afferrarmi ancora, solo per subire un colpo alla mano… dalla coda appuntita che aveva trovato la sua strada dai vestiti che avevo indosso.

Un altro movimento, e ritornai alla forma normale, gettandomi sul mio avversario; trattenendolo con gli artigli sulla schiena, diedi un morso al lato del collo, facendo schizzare il sangue vermiglio sulla parete; nel frattempo, il primo uomo, riavutosi almeno in parte dal colpo agli occhi, mi colpì al fianco con un pugnale.

Dannazione.

La ferita mi bruciò come un tizzone ardente; stringendo i denti, feci una finta con la coda, e poi lo mandai a sbattere contro la parete con un colpo ben assestato, facendolo rotolare addosso al braciere. Le sue urla di dolore furono una sinfonia; colpendo di nuovo con la coda, stordii l’uomo dietro di me, che lasciò andare la presa e cadde sul pavimento.

Restava da risolvere con il valletto, che continuava a tenere la mano perforata con l’altra, tremando e gemendo.

Tornando a mostrare un delizioso sorriso, ora evidenziato da una chiostra di zanne, alzai la coda, e la calai violentemente sul valletto.

Poi, nella luce sempre minore della stanza, iniziai a cambiarmi.

Quando posai la borsa con i gettoni davanti al piantone, il ragazzo del cambio fece tanto d’occhi.

“Devo cambiare tutti questi?”

“Sì,” Feci io, nella voce dolce del valletto. “Don Aquacheta ha richiesto il cambio immediato.”

Il ragazzo annuì e iniziò a tirare fuori una copiosa quantità di monete d’oro. Sul mio volto affilato non affiorò nessuna espressione, ma dentro di me sorridevo.

“Prego.” Disse il ragazzo, porgendomi le monete.

“Ti ringrazio.”

“Ah, Bernardo?”

“Sì?” Feci io, in un’imitazione che speravo fosse molto fedele all’originale.

“Tirati giù le maniche, per dio. Protocollo.”

Io sorrisi, e scossi la testa.

“Certo, certo. Che sbadato.”

Dannate macchie di sangue.

Ma alla fine poco importava. Qualche minuto dopo, il buon Bernardo aveva cambiato vestiti, con l’aiuto di un gentiluomo incontrato in un vicolo, e si stava dirigendo nella notte, con una borsa piena d’oro da spendere!

Nemmeno sapevo cosa ci avrei fatto… ma chissà… forse una di quelle armature in veroargento che avevo visto l’altro giorno… ma prima, avevo voglia di un’altra bisca.

Mmm.
E un cerusico – la ferita al fianco continuava a farsi sentire.

Fischiando a voce bassa, mi diressi verso la successiva sala da gioco della città; feci comunque attenzione ai dintorni.
Di notte, nei vicoli, chissà che incontri ti può capitare di fare: ladri, assassini, prostitute e feccia assortita.

E magari quel mutaforma di cui si parla da un po’ di tempo…

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