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Stavo guidando, il giorno che finii all’inferno.

Era una sera fredda di ottobre, e guardavo la strada srotolarsi davanti a me come una larga lingua grigia, mentre con la mia volvo mi dirigevo sempre più all’interno della gola che era il bosco attorno a me.

Nell’aria calda che la ventola pompava, ansante, all’interno della macchina, stavo lasciando i miei pensieri correre come il mio veicolo, in strade tortuose, curve di ricordi – più di una volta cercai di convincermi che non stavo scappando, che in fondo non era davvero finita.

Fu quando urtai per la prima volta, che iniziai a concentrarmi davvero sulla strada – prendendo un bel respiro, guardai nello specchietto contro cosa potevo aver battuto, e vidi che dal selciato spuntava una grossa radice, che si faceva sempre più piccola e scura mano a mano che si allontanava.

Scossi la testa e fissai lo sguardo sulla carreggiata, ora intervallata da fratture e ghiaino, che grattava sotto le ruote, lamentandosi; mossi il cambio e misi in seconda. Nessun bisogno di rovinare le sospensioni, pensai, e fu una fortuna – qualche istante più tardi, con un colpo sordo, la macchina sobbalzò ancora.

Aggrottando le sopracciglia, vidi che stavolta era stata tutta una parte del selciato a sollevarsi, formando una specie di dosso.
Ma non l’avevo visto, davanti a me. Cosa…

Terzo sobbalzo, più forte degli altri; venni spinto in avanti dall’urto, la cintura che premeva sulla pelle del collo. Rinculai all’indietro, picchiando lievemente la nuca contro il poggiatesta.
Il motore fece un gemito, un brontolio, e si fermò, l’unico rumore quello della ventola che girava a vuoto, gracchiando.

Merda.

Chiusi un attimo gli occhi e sbuffai, stringendo forte la pelle ruvida del volante; diedi un calcio contro il pedale del freno, e anche con le scarpe pesanti, il fastidio dell’impatto si fece sentire.

Strappai le chiavi dal cofano e aprii la porta, scendendo dall’auto; reclinai la testa per osservare il danno, e vidi che il selciato si era lacerato in più punti, intrappolando le ruote tra pezzi di cemento e terra.

Credo di essermi grattato il lato della testa a quel punto, confuso; nella luce bassa della sera non riuscivo bene a distinguere i dettagli, ma sembrava che… diamine, sembrava mi fosse esploso il suolo sotto le ruote.

Sbuffai ancora, il fiato che agitava il suo manto bianco nell’aria fredda, e decisi di provare a far ripartire la macchina. Magari, un miracolo, pensai, richiusa la porta e di nuovo sul sedile; un miracolo…

Girai la chiave nella toppa; la macchina gemette, la ventola fece qualche timido giro grattando, poi con un gracchio si spense ancora. Merda!
Sbattei i pugni sul cruscotto, duro.
Una, due, tre volte, riempiendo il silenzio della foresta attorno a me.

Provai un’altra volta ad accendere la macchina, girando la chiave con forza. Questa volta neanche diede segni di vita; ritentai, ma niente.
Sbuffando, mi lasciai cadere sul sedile, cercando un po’ di conforto nella morbidezza dell’imbottitura.

Guardai fuori con gli occhi stanchi, e vidi che la luce del sole stava scemando sempre di più, il globo rossastro ormai quasi scomparso dietro le colline, tingendo solo le cime degli alberi. La sera sarebbe stata fredda, e senza… come ormai pareva… motore, dormire in macchina sarebbe stato peggio che all’aperto.

Mi misi a cercare nel giaccone, e tirai fuori il cellulare – aveva ancora metà carica. Mossi il pollice fino a cercare un numero utile, qualcuno che potesse venirmi a prendere nell’eventualità che il motore davvero non ripartisse, o una carrozzeria vicina, o qualunque cosa.

Qualunque, pur di non coronare quella giornata di merda perdendosi nei boschi, – un altro pugno – cazzo!

Comunque, non potevo certo spingermi a chiamare lei, e nei paraggi… chi poteva esserci? La polizia, forse.
Che ne sapevo.
Che ne sapevo, magari la macchina si era ripresa.

Diedi un altro giro di chiave; ci fu il lieve clic della serratura, e basta.
Sbuffai ancora, passandomi la man sudata sulla fronte. L’aria calda dell’interno se ne stava già andando, e mi strinsi un po’ di più nel giaccone, facendo gemere il sedile.

Almeno ero in mezzo alla strada – prima o poi una macchina sarebbe arrivata, un guidatore seccato sarebbe sceso e avrei potuto… qualcosa. Meglio comunque che stare soli.

In effetti… ci fu un guizzo. Con la coda dell’occhio, colsi un guizzo alla mia destra, in mezzo ai banchi di castagni e betulle che costeggiavano la strada, troppo lontana per capire cosa fosse, ma abbastanza chiara per capire che c’era.

Staccai la cintura e scesi dalla macchina, richiudendola subito per evitare troppa dispersione di calore; diedi un altro sguardo intorno, in mezzo alle ombre frammentate degli alberi, e alla bassa nebbia che cominciava a salire, dalla parte verso cui avevo visto muoversi qualcosa.

Strinsi ancora un po’ il giaccone, e feci qualche passo in avanti; al secondo, ero già fuori della strada, calcando sul morbido terreno. Abbassai un po’ il corpo. Lanciai un grido.

“C’è nessuno?”

La flebile eco si spense tra gli alberi; respirai odore di foglie e di terra, ed esalai una piccola nube biancastra. Feci qualche altro passo in mezzo al bosco, passando sulla destra di una betulla.

C’era qualcosa.

Strinsi gli occhi; era piuttosto lontano, ma sembrava… comunque era troppo piccolo per essere un uomo, ed era quadrupede. Un cane?

La forma, da quel che si scorgeva tra gli alberi e i rami, sembrava a quattro zampe, ed aveva qualcosa che gli spuntava dalla schiena. Un… bastone, forse.

L’animale fece qualche passo claudicante verso destra, poi si fermò un attimo, e iniziò a respirare.
O quello che era. Sembrava una specie di rantolo, un basso crepitio avido, come di due pezzi di carta vetra sfregati insieme.

Un respiro. Un altro, più forte e più lungo. Carta vetra che sfrega.

Non mi piacque; non era un suono che fanno i cani. Forse era qualcos’altro… un cinghiale?, pensai, facendo un passo indietro. O forse un lupo.

Quanto mi sbagliavo.

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