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La Fata Vitruviana, nume tutelare di questo progetto.

La letteratura italiana sembra avere un grosso problema: la scarsità di opere assimilabili alla tradizione del magico e del meraviglioso che, invece, pullulano in quella anglosassone.


Infatti si possono agilmente ritrovare elementi fantastici in letteratura Inglese ed Anglo-Americana moderna, elementi che possono essere fatti risalire a Milton (Il Paradiso Perduto, XVII secolo), a Shakespeare (La Tempesta, Sogno di Una Notte di Mezza Estate, XVI secolo), a Chaucer (I Racconti di Canterbury, XIV secolo), elementi che, almeno ad un esame superficiale, mancano del tutto nella letteratura Italiana.

In realtà, le cose non stanno proprio così.

Nel corso dei secoli in Italia la presenza soverchiante dell’elemento religioso ha impedito uno sviluppo autonomo (o un ritorno, come per gli elementi pre-cristiani che abbondano nelle favole e nelle leggende popolari) del fantastico come genere o come “ramo”, utilizzandolo nelle produzioni ecclesiastiche, e di fatto, escludendolo agli occhi di un primo esame.

Il legame apparentemente indissolubile tra tradizione cristiana/religiosa e letteraria rende praticamente impossibile distinguere l’uno dall’altro prima del Trecento – nello specifico, prima della Commedia.
Il Fantastico, infatti, è tale solo se concepito come elemento magico, sovrannaturale o immaginifico autonomo, a sé stante, con il quale l’autore e i personaggi si confrontano, non come veicolo di verità religiose o filosofiche attraverso un processo allegorico – per questo, ad esempio, il De Babilonia civitate infernali di Frà Giacomino da Verona (XIII secolo) non è assimilabile al fantastico, bensì alla tradizione delle Laude religiose di metà Duecento, mentre le peripezie infernali di Dante personaggio sono perfettamente inscrivibili nella tradizione fantastica, e anzi ne caratterizzeranno il punto più alto per quasi sei secoli.

Data la mancanza di immagini di Frà Giacomino, vi beccate un furioso primo piano di Filippo Tommaso Marinetti.

Questo ci porta a distinguere, a separare, con un lavoro da certosino, l’elemento fantastico da quello religioso, e a volte ammettere che il primo si dissolve nel secondo.

Ma osservando attentamente le opere dei maggiori artisti e letterati italiani, si scopre che c’è una corrente di tradizione fantastica che parte dalle origini, conosce momenti di sublime fioritura e stagioni di stasi, fino a sbocciare nel primo Novecento, producendo alcune delle opere d’immaginazione di più alto livello nella storia Europea e mondiale.

Questa serie di articoli, che verranno pubblicati ogni martedì, vuole essere un piccolo progetto di riscatto di un punto di vista denigratissimo nella nostra storia della critica – non sarà certo un lavoro accademico o completo (buona parte della tradizione fantastica è confluita nelle favole e nel folklore, del quale purtroppo so ben poco, e non verrà considerata in questa serie di articoli), né ha la pretesa di esserlo.

Come simbolo della serie ho scelto la “fata vitruviana” dell’artista bluesteve123, reperita su Deviant Art, un’immagine che trovo splendida in sé e che assai bene concilia la nostra tradizione con uno degli emblemi del fantastico.

Inoltre, tutta questa serie vuole essere un tentativo di auto convincimento che quei tre esami di letteratura italiana non siano stati del tutto tempo sprecato.

Alla fine, credo che esprima un punto di vista interessante, specie di questi tempi in cui si parla spesso di fantasy, o fantastico, italiano, come se fosse un genere nuovo, come se fosse qualcosa che non abbiamo mai visto, senza rendersi conto della grande, invisibile tradizione che collega tra loro molti dei più grandi scrittori ed artisti, ed architetti, della nostra letteratura: da Leopardi a Calvino, da Dante a DeChirico, da Buzzati a Boccaccio.

Ci vediamo martedì prossimo con il primo articolo di questa serie composta da parole con troppe sillabe: la storia della fondazione di un genere, nato nei lamenti e nei fuochi dell’Inferno.

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