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Feci un passo indietro, stringendomi le braccia contro il corpo, cercando un po’ di conforto nel calore del tessuto ruvido del giaccone, respirando ad ampie boccate nell’aria della sera, l’odore di terra e foglie marce che mi penetrava le narici.

La cosa-cane che si muoveva ad una ventina di metri da me, seminascosta dai tronchi degli alberi, alzò il muso e continuò a fare quel respiro di carta vetra, più alto e penetrante, per qualche istante.
Cominciò a muoversi.

La sua forma scura, indistinta in mezzo al fogliame, iniziò ad arrancare in avanti, facendosi da di profilo di fronte; scorsi il lungo bastone che gli spuntava dal dorso, come un arpione da una balena. Forse era soltanto un animale ferito, alla fine.

Ma di qualunque cosa si trattasse, si stava muovendo con troppa rapidità verso di me, trascinando le zampe in un odioso scalpiccio sul terreno umido, con un ritmo strano, fuori tempo.
Feci un altro passo indietro, e gettai un’occhiata alle mie spalle, forse non troppo sicuro di trovare ancora la macchina, ferma, in mezzo alla strada; volsi di nuovo la testa davanti, e fu un errore.

A una quindicina di metri da me, in mezzo agli alberi, vidi un cane magro, marrone scuro, privo di pelo. Gli occhi infossati nelle orbite dalla pelle tirata mi squadrarono, le mascelle, avvolte in una massa di fili, si aprirono, lasciando di nuovo udire quel rantolo di vetro sfregato, che tutto era meno un respiro.
Procedeva su quattro zampe sottili e lunghissime, tenute insieme da lunghi pezzi di ferro arrugginito e cavi incrostati; avanzò ancora.

Mi girai e corsi via, spingendo le gambe più che potevo, sentendole premere nel cavallo dei pantaloni per aumentare la falcata, non sprecando fiato prezioso ad urlare – o forse la visione era stata troppo forte.
Dietro di me, lo scalpiccio irregolare aumentò d’intensità, portandosi più vicino in mezzo al rumore di foglie piegate e rametti spezzati.

Dopo qualche altro folle passo, arrivai in vista della macchina, ancora stupidamente ferma in mezzo alla carreggiata esplosa – con una mano tremante, frugai nella tasca per la chiave, maledicendo il giorno che non avevo riparato la chiusura elettrica.
Tenendomi fermo il polso con l’altra mano, inserii la chiave dentro la toppa, girai.
Lo scalpiccio era più vicino, il rantolo più forte.

Aprii la porta e mi fiondai dentro, senza pensare ad estrarre la chiave; mi buttai sul sedile accanto e richiusi la porta con un tonfo sordo, tenendola stretta con entrambe le mani, ansante.
Il cane era sparito.
In mezzo a respiri che sapevano di sudore freddo e di polvere, scorsi lo sguardo sui dintorni, in cerca di una forma scura e quadrupede, con un bastone che spuntava dal dorso e fili di ferro a chiudere il muso.
Ma fuori si muovevano solo le foglie degli alberi. Aggrottai le sopracciglia.

Poi, dietro di me, un corpo umidiccio urtò il vetro.
Mi girai, e questa volta riuscii ad urlare.
Schiacciato contro il vetro della portiera, la bocca che si apriva e chiudeva in uno spasmo ansante di carta vetrata, il singolo occhio incavato puntato su di me, c’era il cane.
Una delle zampe fatte di carne e di ferro grattava contro il lunotto, cercando di aprirsi una strada – gettai uno sguardo febbrile alla portiera. Chiusa.

Il cane, o quello che era, diede un’altra sorda zampata, poi si tolse dal vetro, lasciando una macchia di umido e ruggine, e si mosse verso sinistra, seguito dai miei occhi e dal mio respiro a pezzi.
Con un tonfo, salì sul cofano, e si lanciò contro il lunotto; mi spinsi all’indietro, più lontano che potevo da quella cosa vomitata dal bosco. Ora ne vedevo le macchie di pelo arruffato, i pezzi di ferro e fili aggrovigliati che ne univano le zampe e gli avvolgevano la mascella, e grattavano con uno stridio odioso contro il ferro e il vetro della macchina, nuvole di respiro che si condensavano.
Era magrissimo, gli si contavano le costole, lunghe e chiuse attorno al ventre sottile come mani con troppe dita.

Gli occhi incavati del cane mi fissavano, seguendo ogni mio tremore e movimento – le mani ancora attaccate alla portiera, potevo solo sperare che il lunotto resistesse agli impatti con il corpo dell’animale.
Non sapevo quanto forte fosse il vetro temprato, ma una volta aveva resistito alla bicicletta che era caduta dal portapacchi, di ruota.
Doveva pur significare qualcosa, no?

Il successivo impatto del cane contro il lunotto rispose alla mia domanda – dal punto dove il suo muso odioso aveva colpito il vetro eruppe una ragnatela di fratture, stirate in tutte le direzioni come le zampe di un argenteo ragno spezzato.
Le mani ancora strette contro l’impugnatura ruvida della portiera, lanciai gli occhi a vedere se potevo trovare qualcosa con cui difendermi. Il libretto di assicurazioni, la bottiglia di acqua ancora piena, la borsa.
Non un coltello, non un bastone.

Ancora un impatto, subito tra i miei denti contratti e l’odore della polvere nelle narici dilatate. Ma che diavolo stava facendo quell’animale – si sarebbe ferito nello spezzare il vetro. Doveva essere rabbioso, o qualcosa… qualcosa del genere.
Uno sguardo ai fili di ferro che ne stringevano la mascella mi fece rabbrividire. Che diavolo era, quella cosa indistinta dietro il vetro incrinato?

Il cane fece un passo indietro sul cofano – per un attimo sperai follemente che avesse deciso di andarsene, poi, con un balzo, si gettò a corpo contro il vetro; con un rumore di ghiaccio spezzato, la lastra del lunotto si ruppe nel mezzo, inondando il cruscotto e i sedili di minuscoli frammenti di vetro, lasciando un’apertura irregolare dalla quale venivano aria fredda, puzzo di pelo fetido, e un respiro avido di carta vetra sfregata.

Il cane fece un passo indietro e scosse il muso, spargendo piccoli pezzi di vetro che tintinnarono sul cofano. Poi, volti ancora gli occhi incavati verso di me, si chinò sulle zampe troppo lunghe, aprì le fauci, e si preparò ad un altro scatto.

E in quel momento un’altra forma scura arrivò dietro di lui e gli conficcò un arpione nel dorso.

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