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La macchina sobbalzò sotto il peso dei due corpi; aggrappato al sedile, osservai con occhi sbarrati il cane che scivolava dal cofano con un uggiolio tremebondo, l’arpione che ondeggiava sul suo dorso, stretto nelle mani da un ragazzo con la pelle pallida e i lunghi capelli scuri, a torso nudo e coperto dall’inguine in giù solo di stracci.

Istupidito, rimasi a guardare con le dita che artigliavano la morbida fodera del sedile, il respiro che si andava facendo fumoso nell’aria gelida, mentre il ragazzo estraeva l’altro arpione dalla schiena del cane e glielo conficcava dietro il collo – il corpo del cane ebbe uno spasimo, dalla gola uscì un rantolo, e si alzò sulle zampe posteriori, con uno scricchiolio di ossa, muscoli e ferro arrugginito.

Il ragazzo mantenne la presa sugli arpioni anche tra gli scossoni della cosa, e riuscì a muovere i bastoni, mordendo la carne dell’animale con un rumore umido. Il cane emise un altro grido sgraziato, gorgogliante, poi si piegò su un lato con un rumore di rami spezzati e cadde sul selciato, davanti al cofano della macchina.

Io, che ancora stringevo il sedile come se dovessi fondermici, non riuscii a distogliere lo sguardo dalla forma pallida del mio salvatore per diversi secondi, osservandone il contorno dei muscoli asciutti, i capelli unti e le braccia sottili.
Presi un respiro e iniziai a muovermi lentamente, alzandomi dal sedile con uno scricchiolio di molle, stringendo ancora in mano le chiavi.

Forse era un errore, ma speravo che il ragazzo pallido che ora stava armeggiando con la carcassa del cane potesse darmi qualche spiegazione. Mi sbagliavo, ma allora non potevo saperlo.
Pertanto, scesi dalla macchina, chiudendo cauto la portiera dietro di me, le mani abbassate nel caso il ragazzo tentasse qualcosa di strano. Non per niente aveva appena arpionato alla schiena un… qualunque cosa fosse quell’animale.

Animale che, come vidi quando feci un paio di passi sul selciato duro, era stato squartato con un lungo coltello; dalla ferita, che lo attraversava da parte a parte, si rovesciavano a terra minuscoli ragni rossastri e piccoli pezzi di ferro. Il ragazzo, con aria incurante, seguitava ad aprire l’animale.

Presi un respiro, che sembrò un sibilo nell’aria autunnale, e nella luce sempre più fioca della sera, chiamai il ragazzo con voce resa flebile dalla tensione.
Non si voltò, né diede segno di avermi sentito, continuando a muovere il coltello che grattava tra le carni del cane.
Chiamai di nuovo, senza risultato.
Picchiai con la chiave sulla lamiera della macchina.
Più forte.
Mi avvicinai e lo toccai sulla spalla.
Fu un altro errore.

Il ragazzo si voltò e, sotto due occhi neri come il giaietto, vidi una bocca da ragno aprirsi in un sibilo – i cheliceri si mossero come dita irritate, artigliando l’aria.
Sobbalzai all’indietro, coprendomi la bocca con il braccio, una vana reazione al mio grido.
Ansimando, arretrai e mi nascosi dietro la macchina, dando ansiose occhiate al ragazzo con la bocca da ragno, che sembrava stesse finendo il lavoro, muovendosi più lentamente.

L’incertezza tra la gratitudine per il nuovo arrivato e il suo aspetto mi stava paralizzando; rimasi lì come un idiota, attaccato al freddo metallo della macchina, per diversi istanti, durante i quali forse avrei potuto pensare ad una soluzione diversa da quella che decisi di prendere.

Invece, quando finalmente il ragazzo si alzò, scostandosi i capelli luridi dal volto pallido, e, messosi in spalla entrambi gli arpioni, prese a muoversi a passo rapido verso il bosco, la paura, l’ansia, o forse la solitudine mi giocarono un brutto scherzo e mi mossi dietro di lui, gettando un ultimo sguardo alla macchina e ai dintorni, cercando di ricordarmene la posizione – uno sguardo completamente inutile.

Il mio occhio cadde anche sulla carcassa del cane – era tagliata lungo il contorno e le due metà erano aperte sul selciato, vuote, fatta eccezione per qualche piccolo ragno rosso e alcuni pezzi di ferro. Sembrava una di quelle figure di cioccolato che puoi spaccare a metà.
Solo che questa era fatta di carne e tendini, muscoli e filo arrugginito.

Scuotendomi un brivido dalle spalle, mi misi dietro il ragazzo, cercando di scorgere la sua forma, alcuni metri più in là, in mezzo al folto del bosco, che andava scurendosi. Solo dopo qualche minuto mi sarei ricordato di non aver preso nemmeno la bottiglia d’acqua che avevo lasciato sotto il cruscotto.

Ma in quel momento ero troppo concentrato sul non perdere di vista il ragazzo, che si stava muovendo tra gli alberi lesto e con un’agilità sorprendente, saltando di sasso in sasso, facendo ben poco rumore sul letto di foglie secche e ricci.
Per contro, io scivolai più di una volta, mi punsi, e rischiai di prendere una storta.
Immagino sarebbe stata una benedizione.
Invece, riuscii in qualche modo a seguirlo anche se la luce si faceva via via più fioca e i tronchi più scuri, l’aria sempre più fredda ed umida e i miei polmoni sempre più bisognosi d’aria.

Dopo quella che mi era sembrata una camminata interminabile tra rocce, cespugli e arbusti, lo vidi arrivare di fronte ad un grande arco in pietra, costituito da due immense rocce incastrate l’una nell’altra.
Sembrava la volta di una caverna, perché al di là non sembrava provenire alcune luce.
Ero ad una decina di passi di distanza dal ragazzo, e credo che se fossi stato più vicino avrei lasciato perdere e me ne sarei tornato alla macchina.

Ma il ragazzo con la bocca da ragno guardò a destra e a sinistra, davanti e di dietro, incrociando per un attimo lo sguardo con il mio. Alzai una mano, gridando.
Il ragazzo rimase un attimo fermo, poi si voltò e scomparve dentro l’arco di pietra.

Lanciai un urlo di esasperazione e, calcando gli scarponi sulle foglie secche, lo seguii nel buio.

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