Fatto qualche passo oltre la volta di pietra, la prima cosa che udii fu un lieve gracchiare lontano, indistinto; sentii i miei muscoli tendersi e mi bloccai per un attimo, guardandomi attorno nell’oscurità, non riuscendo a scorgere nulla.


Passato qualche istante, continuai a camminare, più piano, cercando di vedere dove potesse essere finito il ragazzo, mettendo le braccia davanti a me per evitare di incocciare in qualche ostacolo. Il rumore non si ripeté.

Dopo qualche altra decina di passi, il suolo sotto le mie scarpe si fece più solido, traendone un rumore diverso dallo scalpiccio sulle foglie secche e la terra.
Forse stavo penetrando attraverso una specie di caverna, ma il terreno mi sembrava troppo stabile, piano e continuo.

Qualche altro istante, ed iniziai ad udire un basso rumore provenire davanti a me. Era un lieve tintinnio, che ad intervalli veniva coperto da un vociare indistinto – non era troppo dissimile da un coro da stadio.
Accelerai il passo, sperando di non finire in qualche buca, ed il rumore si fece più forte – cominciai anche ad avvertire un lieve chiarore grigiastro, come i resti della luce crepuscolare, diffondersi attorno a me.

Cominciai a poter distinguere i dettagli del terreno, mano a mano che ne calcavo sotto i miei piedi – era piuttosto piano, ma non uniforme, striato, composto da migliaia di onde le une vicine alle altre. Una volta avevo visto delle immagini di lava solidificata, e l’aspetto era molto simile… ma non ebbi tempo di preoccuparmi con le analogie vulcaniche, perché, qualche decina di metri davanti a me, vidi finalmente il contorno del ragazzo che si allontanava, rapido, bisaccia ed arpione saldamente in mano.

Mi misi quasi a correre, alzando una mano e gridandogli di aspettarmi, ma anche questa volta, non diede nemmeno segno di avermi notato; accelerai ancora, il suono delle mie scarpe sul terreno ondulato che non riusciva comunque a coprire la cacofonia di voci e di suoni metallici che proveniva da davanti a me.

Il ragazzo, nel frattempo, iniziò ad arrampicarsi – adesso la luce ferrigna era sufficiente per scorgere il profilo di rocce aguzze che delimitavano una specie di largo sentiero. Esitai per un attimo, vedendolo scalare la parete; mi voltai, e vidi il sentiero dietro di me scurirsi sempre di più e finire in una gola di tenebre.
Accigliato, decisi che avrei comunque dovuto parlare al ragazzo, prima di tornare indietro.

Ammesso che ci fosse un dietro verso cui tornare, disse qualche parte della mia coscienza. Ma la scarica di adrenalina che l’attacco del cane magro mi aveva fatto scaturire in corpo, o forse soltanto l’istintivo impulso a muovermi verso le fonti di luce e di rumore, mi spinsero a continuare, e a trovarmi di fronte alla parete di roccia.

Piena di appigli, certo, tra le onde della lava solidificata, ma anche ruvida – vi passai la mano sopra, e avvertii le asperità mordermi le punte delle dita, che non avevano conosciuto materia più dura della plastica delle tastiere e delle penne per gli ultimi quattro anni.
Un paio di metri più su, il ragazzo continuava ad arrampicarsi con suprema noncuranza.

Presi un respiro, inalando aria fredda e con un lieve sentore di ferro bruciato.
Poi, mossi la mano destra a stringere una sporgenza che non mi sembrava troppo tagliente, e, posata la sinistra su un altro appiglio simile, misi la scarpa a contatto con la roccia, e tirai.
Con un rumore raschiante, strizzando gli occhi per la fatica, riuscii a tirarmi su.
Di un buon venti centimetri.

Cercai un altro appiglio vicino, ed alzando lo sguardo vidi che il ragazzo aveva smesso di arrampicarsi e si era messo a camminare lungo uno stretto sentiero – se tale si poteva chiamare – lungo la parete di roccia.
Mugugnai qualcosa con il poco fiato che mi rimaneva, e strinsi la mano attorno ad una piccola, ruvida, sporgenza che sembrava abbastanza resistente.

Grattando con il corpo sulla parete, mi alzai, e rapido agguantai la sporgenza successiva. Cercai di rincuorarmi – dopotutto erano solo tre o quattro metri, ce l’avrei potuta fare sicuramente, se solo avessi trovato… ecco, un appiglio come quello.

Ansimando, riuscii a tirarmi in su di ancora un paio di metri, quando rischiai di rovinare a terra. Di schianto, l’appiglio sul quale avevo poggiato il piede destro cedette, e sentii tutta la pressione del peso del mio corpo concentrata sulle punte delle mie dita, evidenziata da piccole stelle di dolore che danzavano sui polpastrelli.

Mugugnando alcune oscenità, riuscii a trovare un altro appiglio per il piede – a circa mezza gamba di distanza, e ad artigliare il limite della sporgenza oltre la quale il ragazzo era sparito qualche minuto prima. Forse, pensai mentre il respiro mi grattava nei polmoni e finalmente riuscivo a tirarmi su, avrei fatto in tempo a ritrovarlo.

Mi pulii le mani sui pantaloni, più per lenire il dolore che altro, e controllai che non vi fosse sangue – c’era qualche abrasione, ma niente di speciale.
Ancora ansimando, iniziai a muovermi sullo stretto sentiero, un piede dritto davanti all’altro, le mani saldamente aggrappate alla ruvida pietra. Sotto di me, il sentiero scendeva – non sarebbe stato piacevole fare un volo di cinque metri, che divennero sei, sette, otto… mano a mano che avanzavo.

Superato un angolo nella parete, illuminazione e rumore aumentarono, e fui in grado di distinguere abbastanza chiaramente di fronte a me – ora le condizioni di luce sembravano quelle di qualche minuto dopo il tramonto, solo che invece di bagnare le forme con un lucore ambrato, le rocce attorno a me risaltavano in una livida luce ferrigna.

Dopo qualche altro metro strascicato, in un sottofondo di tintinnii e vociare, riuscii a scorgere di nuovo la forma del ragazzo che si allontanava. Camminava più piano, ora, rivolgendo lo sguardo a qualcosa sotto di lui.
Ancora tenendo la mano ferma sulle sporgenze, riuscii ad avvicinarmi ancora.

Poi, seguendo la linea dello sguardo del ragazzo, rivolsi anche i miei occhi in basso, seguendo la linea del sentiero, le curve delle pareti di lava e poi…

Fu una fortuna che avessi le mani saldamente aggrappate alla roccia.

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