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Genova per Noi è un racconto su ebook gratuito, scritto da Cristiano Pugno e pubblicato nel 2010 da Edizioni Scudo. Sono 42 pagine.

Copertina di Genova per Noi

Giovanni è un poliziotto di Genova, svogliato e disilluso; sembra difettare anche di fiuto, perché negli ultimi giorni ha incontrato un certo numero di belle ragazze in città, ma non è riuscito a intuire che ciascuna di quelle ragazze è molto, molto pericolosa…

Genova per Noi è un racconto che ce l’ha quasi fatta. I personaggi, benché non molto sviluppati, riescono ad essere funzionali; i dialoghi non presentano grossi problemi, e servono al loro scopo. La descrizione, anche se è penalizzata da un pesante raccontato invece che mostrato, riesce almeno a restituire immagini efficaci (tranne che in un caso, e ne parleremo più avanti). Inoltre più di una volta ci sono situazioni comiche, che riescono a strappare un sorriso e ad invogliare a continuare la lettura. L’edizione è impreziosita da alcune belle illustrazioni interne di Giorgio Sangiorgi.

Ma a parte ciò, il racconto ha due problemi principali.
Hmmm. Facciamo tre.

Il primo, il meno grave ma anche più fastidioso, è la presenza continua di piccoli errori di punteggiatura, smagliature e dissonanze nella forma. Cito dalla prima pagina e mezzo, dove ci sono alcuni degli errori più evidenti:

Una caratteristica molte volte nel suo lavoro

Non sapremo mai cosa esattamente sia molte volte: manca un aggettivo. Un semplice sbaglio, senza dubbio, una dimenticanza. Capita, mi sono detto. Ma siamo a pagina uno, nona riga, all’inizio del racconto, quello che dovrebbe invogliare a proseguire, non a subire un primo sobbalzo nella lettura a causa di una parola mancante.
Che poi uno continua a chiedersi cosa sia.

Poi, sempre a pagina uno, comincia, in sordina, una guerra interna delle virgole per il predominio della punteggiatura, che prendono a fucilate i due punti ed il punto e virgola, quasi estinguendoli.

I dettagli che le erano stati forniti, spiegavano che non era possibile eseguire il
colpo sino a che il “pacco” non fosse sbarcato dalla nave, la sorveglianza sarebbe
stata troppo stringente a bordo.
Non era nemmeno possibile colpire il furgone durante il trasporto, ad un minimo
accenno di pericolo si sarebbe trasformato in un cubo di titanio ed acciaio che
avrebbe richiesto ore per essere aperto.
Rimaneva un solo momento in cui colpire, il trasbordo dalla nave al furgone.

Dopo una serie di frasi con una virgola, specie se spezzate, l’ultima avrebbe avuto bisogno di un due punti; il rischio è quello di perdere il ritmo della lettura, o, peggio, di spezzarlo, come avviene a pagina 2.

Nel suo lavoro il problema non è quello di essere paranoici ma, se si era
abbastanza paranoici.

Il grassetto è mio. La virgola dopo il “ma” spezza il ritmo della frase, perché sposta dopo una pausa che dovrebbe essere prima; il risultato è quello di “steccare” durante la lettura, interrompendo il flusso. Non è un grave errore, ma è fastidioso. Oltretutto, questa cosa della virgola dopo il “ma” si ripete altre volte nel racconto, almeno quattro o cinque; quindi non si tratta di un refuso.

Poi, ci sono semplici e puri errori di grammatica. Cito da pagina 8:

Avrebbero superato senza problemi per un eventuale controllo ma, era sempre meglio evitare ogni contatto con le autorità.

Il grassetto è sempre mio. Il “per”, invece, è un mistero.
Quello che è certo è che tutti questi piccoli errori di battitura, refusi, virgole che lottano per il predominio e compagnia dolente, sono cose che si possono accettare in una seconda, anche terza stesura, in un articolo di blog, in un articolo di giornale, in un cartellone politico (fidatevi, li ho visti anche lì). Ma non ci stanno in un prodotto finito, tanto meno se pubblicato. Tanto meno da una casa editrice.

Non c’è stato editing? Perché nessuno si è accorto di questi refusi?
Senza contare che sarebbe bastata una lettura per notarli.
Mah.

Ah, giusto per la cronaca: “obbiettivo”, si scrive obiettivo.
[Edit: sono andato a verificare sul sito della Treccani e dell’Accademia della Crusca; le forme sono entrambe valide, anche se “obiettivo” risulta fortemente preferito, in quanto forma più antica e più usata. Mi cospargo il capo di cenere e vado a fare penitenza leggendo un po’ di Twilight.]

Il secondo problema è di stile: la scena clou, l’assalto al furgone, è piuttosto confusa, con le immagini molto raccontate e poco mostrate, in cui quasi non si riesce a distinguere chi spara e chi no, e cosa esattamente avviene. Piccolo esempio:

Uno dei vigilantes armeggiava con la fondina ancora chiusa invece di gettarsi al
riparo; Cinzia fece fuoco in maniera istintiva double tap al centro di massa.
Anche se aveva il giubbotto non si sarebbe rialzato.

La descrizione del colpo finisce lì. Niente immagini su schizzi di sangue, corpi che rotolano, armi che sparano, rumore di bossoli che tintinnano. Insomma, la scena più importante (per la quale era stato costruito un senso di aspettativa lungo tutto il racconto, tra l’altro creato anche bene) finisce rapidamente e senza problemi.

E qui arriviamo al terzo problema, quello strutturale, quello profondo. Mettetevi i caschi con le luci e seguitemi nelle profondità del racconto.

Vedete questa conformazione qui? Piuttosto fragile? Questa è la struttura del racconto, ed è fragile perché è andato tutto troppo bene. Anche il poliziotto (che si rivela per essere furbo quanto un totano) che sta per scoprirle, alla fine non riesce a combinare niente di buono. Alla fine le ragazze si godono i soldi.

Uhm. Big deal.
Creare un senso di aspettativa è inutile, se poi la scena clou va liscia come l’olio. I minuscoli intoppi (tra cui un povero quindicenne sotto cloroformio) non riescono a creare tensione, ed il lettore non può fare altro che complimentarsi con la banda delle bimbe per essere state così brave.
Ma non è un’emozione forte, e dato che il thriller si basa proprio sui brividi di emozione, in questo senso il racconto fallisce.

Ed è un vero peccato, perché condanna tutto ciò che c’è di buono, dalle varie situazioni comiche in cui il poliziotto incrocia, inconsapevole, le malviventi, al dottore che gira come una trottola, alla descrizione di Genova, che è ben fatta e realistica.
Peccato che questa Genova resti per loro.

Potete scaricare il racconto qui.

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